Domenica 12 Aprile 2026 | 11:24

Negoziati e apprensione per le conseguenze economiche del conflitto

Negoziati e apprensione per le conseguenze economiche del conflitto

Negoziati e apprensione per le conseguenze economiche del conflitto

 
Francesco Giorgino

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Francesco Giorgino

Il commento di Francesco Giorgino: «Negoziati e apprensione per le conseguenze economiche del conflitto»

Gli Stati Uniti risentono meno dell’interruzione delle forniture dal Medioriente poiché sono il primo produttore di petrolio e gas, mentre l’Italia non può fare a meno dell’import di gas perché la sua produzione nazionale copre poco più del 4%

Domenica 12 Aprile 2026, 09:13

I colloqui tra Stati Uniti e Iran in Pakistan sono i negoziati del livello più alto dalla rivoluzione islamica del 1979 ad oggi. Da un lato il vice presidente americano J.D. Vance, sul quale in tanti scommettono per ottenere progressi reali nella trattativa in corso, ma anche l’inviato per il Medioriente Steve Witkoff e il consigliere Jared Kushner (genero di Donald Trump). Dall’altro il Presidente del Parlamento iraniano Ghalibaf e la delegazione di Teheran che ha portato con sé fotografie e oggetti macchiati del sangue dei bambini morti a Minab dopo i bombardamenti americani sulla scuola femminile della città iraniana. Ghalibaf, prima di arrivare in Pakistan, ha pubblicato sul suo account X una foto in cui lo si vede all’interno di un aereo mentre osserva in silenzio le foto di quattro bambini appoggiati su altrettanti zainetti messi su una fila di sedili con accanto un fiore bianco. Mojtaba Khamenei non è presente: si sta ancora riprendendo dalle gravi ferite al viso e alle gambe durante l’attacco aereo che uccise suo padre all’inizio del conflitto in Iran. C’è molta diffidenza da entrambe le parti. Nessuno si fida dell’altro.

Il mondo guarda in queste ore a Islamabad, che spera di conquistare un posto nella storia come costruttore di pace. Contemporaneamente ci si interroga su cosa accadrà tra Israele e Libano, diventato nelle ultime ore un fronte caldissimo. La Casa Bianca insiste sulla rinuncia da parte iraniana all’arricchimento dell’uranio e punta alla consegna di quello già arricchito. Teheran esige di converso la revoca totale delle sanzioni e rivendica il suo diritto a fare quello che finora ha fatto in questo ambito. L’uranio potrebbe diventare merce di scambio in un secondo momento. Prioritaria, infatti, è la questione dello stretto di Hormuz. La sua riapertura consentirebbe di interrompere la spirale negativa di conseguenze sull’economia mondiale. Trump si dice ottimista, ma dice no al pagamento di qualunque forma di pedaggio.

Oltre un quarto del commercio internazionale di petrolio via mare transita attraverso lo stretto di Hormuz. Il prezzo di tanti prodotti rischia di aumentare. Sono tanti i Paesi asiatici che dipendono dalle importazioni di energia dal Golfo Persico (Pakistan, Giappone, Thailandia, Corea del Sud, India, Taiwan, Cina, Malesia, Singapore, Filippine, Indonesia e Turchia, considerando le diverse quote in ordine decrescente). Per quanto riguarda l’Europa troviamo al primo posto la Grecia, al secondo la Polonia, al terzo l’Italia, al quarto la Francia, al quinto il Regno Unito. A seguire Paesi Bassi, Spagna, Germania, Belgio e Svezia. E’ vero che i Paesi asiatici mostrano una dipendenza molto più elevata rispetto all’Europa, ma quest’ultima resta, pur sempre, assai vulnerabile di fronte agli effetti dei prezzi globali.

L’Italia non può fare a meno dell’import di gas perché la sua produzione nazionale copre poco più del 4%. E’ evidente che ogni crisi internazionale può avere effetti immediati sul sistema energetico nazionale. L’Algeria è il principale partner energetico del nostro Paese e garantisce il 30% del gas importato grazie al gasdotto Transmed che collega il Nord Africa alla Sicilia. Bene ha fatto la premier Giorgia Meloni a rafforzare gli accordi con l’Algeria, ma anche a recarsi poco prima di Pasqua nei Paesi del Golfo, evitando il rischio dell’immobilismo e contemporaneamente facendo fronte in Italia al caro benzina.

Gli Stati Uniti risentono meno dell’interruzione delle forniture dal Medioriente poiché sono il primo produttore di petrolio e gas, anche se non per questo sono al riparo dagli effetti economici del contesto internazionale. L’inflazione americana è passata a marzo dal 2,4% al 3,3. È il maggior rialzo degli ultimi due anni. La fiducia dei consumatori è ai minimi storici. La fiammata è legata proprio al costo dell’energia. I prezzi del gasolio sono saliti del 44,2% e quelli della benzina di quasi il 19%. Va ricordato, altresì, l’allarme lanciato due giorni fa dall’Associazione degli aeroporti europei. Se lo stretto di Hormuz non verrà riaperto completamente nel giro di tre settimane, si legge in una nota, si rischia di rimanere senza o con pochissimo carburante. Stiamo parlando evidentemente del periodo che precede di poco l’avvio dell’estate con chiare implicazioni sul turismo. E’ molto problematico il fatto che al momento non esiste a livello europeo un monitoraggio della produzione e della reale disponibilità di carburante per aerei.

Non si dimentichi, inoltre, che dallo stretto di Hormuz non passa solo gas o petrolio. La chiusura ha un impatto anche sui prezzi dei generi alimentari. Aumentando quelli dei fertilizzanti le conseguenze si fanno sentire rapidamente anche sull’agricoltura. Il rischio, dunque, non è solo energetico, ma sistemico. Interrompere le esportazioni fa male non solo all’Italia, ma anche a tutti i Paesi dell’Unione, volendo circoscrivere il ragionamento alla sola Europa.

E’ proprio questo il motivo che ha indotto Giorgia Meloni a sostenere la tesi che non è un tabù ragionare sulla sospensione del Patto di Stabilità, ovvero sull’insieme di regole progettate per garantire che gli Stati membri dell’Unione Europea adottino finanze pubbliche sane e coordinino le loro politiche fiscali. La premier durante l’informativa sull’azione del governo in aula alla Camera ha affermato, infatti, che la Ue dovrebbe valutare una risposta non dissimile da quella adottata durante la pandemia, includendo anche un congelamento temporaneo delle regole fiscali su base generale e non come deroga nazionale. La logica è, dunque, quella dell’intervento comune.

Il commissario all’economia Dombrovskis ha fatto sapere che la clausola che consente la sospensione del Patto è attivabile solo in presenza di una grave recessione nell’eurozona o nell’Unione. Condizione che finora fortunatamente non si è verificata. E’ proprio qui che si inserisce, però, la maggiore criticità di questo ragionamento. Come dimostrato nelle righe precedenti, la situazione innescata dal conflitto tra Stati Uniti e Iran e tra Israele e Libano ha già provocato enormi conseguenze economiche a livello globale e su tutta l’Europa. La proposta fatta dall’Italia non riguarda, dunque, solo il nostro Paese. Sarebbe imprudente, infatti, pensare di poter far fronte alla situazione venutasi a creare a causa di fattori esogeni e non endogeni senza poter ricorrere a misure straordinarie da condividere con gli altri. Come si fa a varare sussidi alle fasce più colpite della popolazione, ed aiuti energetici per famiglie e imprese senza essere autorizzati a fare più debito? Palazzo Chigi, con molto buon senso, chiede in definitiva una risposta coordinata tra tutti i Paesi dell’Unione. E’ vero che la Commissione Europea prevede che la sospensione del Patto di Stabilità possa avvenire in caso di grave recessione, ma come si fa a non comprendere che se non si interviene in modo significativo l’effetto a medio termine può essere, proprio per la non azione correttiva e congiunta, più cupo di quanto immaginiamo? La Commissione Europea non considera l’incertezza una dimensione dannosa e negativa, ma solo come una condizione neutra che, a livello prettamente teorico, può evolvere al peggio o al meglio. Mi chiedo: se dovesse evolvere al peggio, cosa accadrebbe poi dal punto di vista tecnico?

Sorprende che si consideri l’attività di anticipazione delle conseguenze peggiori un problema e non invece una grande opportunità di evitare effetti recessivi e di bloccare la prospettiva del contagio in tutta l’area europea. Tra l’esigenza di reagire a choc esterni e quella di non toccare in alcun modo le regole comuni, forse più per salvaguardarne la credibilità che per ragioni sostanziali, è opportuno che si privilegi la prima variabile in campo. E, nell’ottica della manifestazione di questa modalità argomentativa, rileva poco il fatto che al momento il rapporto deficit-Pil dell’Italia, secondo l’Istat, si attesti al 3,1: lo 0,1% sopra la soglia del 3%, che consentirebbe l’uscita dalla procedura per deficit eccessivo.

Rientra in questa tipologia di analisi una riflessione più ampia su come l’Europa debba muoversi per non perdere quote di mercato in un contesto sempre più competitivo e di come debba e possa finanziare investimenti strategici e produttivi in ambiti diversi.

Il governo Meloni ha dimostrato di avere molto a cuore la questione dei conti pubblici, di voler combattere gli sprechi, di puntare sull’occupazione. Di fronte agli tsunami esterni non avrebbe senso difendersi da soli. Sarebbe inutile non agire nel contesto più ampio dell’Unione. E’ il rifiuto aprioristico dell’austerità ideologica e del suo opposto, ovvero la cultura dell’assistenzialismo fine a se stesso, che può aiutare tutti nell’individuazione delle soluzioni più efficaci.

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