Molto spesso le risposte ai nostri problemi e dilemmi quotidiani sono già scritte; è sufficiente cercarle per trovarle ed applicarle al caso concreto. È questo il caso della risposta da dare al quesito referendario sulla giustizia previsto per il 22 e 23 marzo.
Uno degli aspetti più problematici sollevati in proposito è quello della previsione che nei due nuovi distinti Consigli Superiori della Magistratura (uno per la magistratura giudicante e l’altro per quella requirente) i rappresentanti «togati» (cioè i giudici ed i pubblici ministeri) non saranno più eletti dai magistrati stessi, come avviene oggi, bensì saranno sorteggiati tra quelli aventi diritto, in base alla disciplina attuativa della riforma costituzionale che il Parlamento dovrà emanare entro un anno dall’entrata in vigore di quest’ultima.
Tale novità – una delle tante introdotte dalla riforma – è stata particolarmente osteggiata, specie dalle organizzazioni dei magistrati che parteggiano per il No, accampando una pluralità di ragioni, che vanno dal ritenere che i C.S.M. con componenti estratti a sorte sarebbero meno rappresentativi di quelli con componenti eletti, sino a ritenere che il sorteggio svuoterebbe la rappresentanza democratica dei giudici ed altererebbe gli equilibri interni dei C.S.M. in favore della componente politica, finendo con il tradursi in sostanza in una sorta di «aberrazione punitiva» della politica nei confronti della magistratura.
La risposta se tali critiche siano corrette o profondamente sbagliate ce la fornisce la nostra stessa Costituzione o, meglio, gli Atti dell’Assemblea che scrisse quella Costituzione nel 1946-1947.
Cosa si disse all’epoca in Assemblea in ordine alla indipendenza della magistratura ed in particolare quali furono le motivazioni per cui si scelse che il C.S.M. dovesse essere un organo elettivo?
È facile. Basta leggere il verbale della seduta del 12 novembre 1947, nel quale specialmente l’on. Cortese e l’on. Caccuri spiegarono in modo chiaro i motivi di determinate scelte. «Mettere il giudice al riparo delle pressioni e dalle interferenze dei partiti deve essere una delle nostre preoccupazioni maggiori»; «quando noi diciamo che è pericoloso inserire nel Consiglio Superiore della Magistratura dei membri estranei, espressioni di correnti politiche che portano nel Consiglio Superiore della Magistratura l'espressione di tendenze politiche contrastanti, le pressioni di interessi politici»; «quando noi diciamo che con questa larga inserzione di elementi attinti dal potere politico è praticamente violato il proclamato principio della indipendenza e dell'autonomia della Magistratura (…) ci si presentano talune obiezioni e si dice: volete fare della Magistratura una casta avulsa da ogni altro potere». Senonché, «il Consiglio Superiore della Magistratura, non è un organo che autonomamente detta le norme per la vita interna della Magistratura, ma applica quelle dettate dal potere legislativo con la legge sull'ordinamento giudiziario», per cui «Noi chiediamo soltanto che per le promozioni, le assegnazioni, i trasferimenti, la disciplina, la Magistratura — applicando le norme dettate dal potere legislativo — si amministri da sé, mediante un suo organo elettivo disciplinato dalla Carta costituzionale, al fine di evitare che attraverso le pressioni e l'ingerenza da parte di elementi politici sulla carriera del magistrato si possa politicamente influire sulla condotta del magistrato nell'esercizio della sua funzione» (Relazione on. Cortese).
Ebbene, è proprio alla luce di tali parole che, rileggendo quello che si è verificato nell’ultimo trentennio, non si può oggi non votare Si a favore del referendum ed introdurre il sorteggio e non più l’elezione dei componenti togati del C.S.M.
È sufficiente in proposito il richiamo al ben noto caso Palamara per rilevare come negli ultimi anni proprio ciò che ottanta anni fa si voleva evitare (cioè la politicizzazione della magistratura) sia in effetti quello che si è verificato, con la peculiarità che tale politicizzazione si è verificata all’interno stesso della magistratura con la creazione delle c.d. «correnti» e non come effetto di una pressione politica esterna.
Che oggi le promozioni, le assegnazioni, i trasferimenti, la disciplina dei magistrati siano strettamente legate alle pressioni delle diverse correnti presenti in C.S.M. è sotto gli occhi di tutti. E che l’unico rimedio possibile per uscire da una siffatta situazione di politicizzazione non può che essere quello, previsto dalla riforma costituzionale, di dismettere il metodo elettivo e passare a quello del sorteggio.
Proprio per le ragioni illustrate a suo tempo dai Padri costituenti. Ed in proposito non può dimenticarsi che «in un regime democratico sovrano è il popolo, e poiché l'espressione più schietta della sovranità popolare è il Parlamento, un'assoluta indipendenza della Magistratura dal potere legislativo la renderebbe estranea alla volontà del popolo e costituirebbe, come ormai si dice con una frase fatta, una casta chiusa, conservatrice e retriva» (Relazione On. Caccuri nella stessa seduta del 12 novembre 1947).
Forse, ancora una volta, aveva ragione J.S. Bach: quaerendo invenietis!
















