L’accoltellamento omicida di La Spezia aggiunge gravità alla violenza nelle scuole. Non solo fisica.
Due anni fece scalpore la vicenda della bidella Giuseppina Giugliano, che lamentava di dover fare ogni giorno la pendolare da Napoli a Milano per non poter permettersi con il suo stipendio una camera nel capoluogo lombardo. Ottenuto l’avvicinamento, lavora nella scuola di Caivano diretta da Eugenia Carfora, cui è dedicata la fiction La preside, interpretata da Luisa Ranieri. La Giugliano si distingue per le prolungate assenze ingiustificate che le valgono il licenziamento. Inizia così a fare stalking digitale contro la Carfora. Questo le comporta dapprima due mesi di carcere, poi gli arresti domiciliari.
Il caso s’innesta sulla scia delle troppe aggressioni non solamente verbali e informatiche ai danni di insegnanti e dirigenti scolastici. Per partire da queste latitudini, si veda il pestaggio subito a Foggia da Pasquale Diana, vicepreside della scuola media “Murialdo” per mano del genitore di un alunno maleducato che spingeva i coetanei durante l’uscita. Gli è costato 30 giorni di prognosi. L’altro ha poi affidato le scuse alla sua rappresentante legale. A Bari, nel quartiere Libertà, una madre si è scagliata contro l’insegnante rea di averle rimproverato la figlia per il comportamento scorretto tenuto in classe. La picchiatrice ha dato prima un ceffone all’insegnante, facendole volare via gli occhiali, quindi si è avventata, senza smettere, se non con l’arrivo dei carabinieri, chiudendo su una minaccia: «Non la passerai liscia, ti faccio fuori».
Per restare al sud, ad Avola, Siracusa, un sessantenne docente di educazione fisica ha ricevuto una costola rotta per i calci e i pugni infertigli da un genitore che il malcapitato si era limitato a riprendere nel corso di un trasferimento della scolaresca presso un vicino liceo per orientamento formativo. Di nuovo nella Campania dell’affaire Caivano, a Santa Maria di Vico, Caserta, la professoressa Franca Di Blasio è stata sfregiata in viso da un diciassettenne che in seguito non ha mostrato nessun pentimento.
La sequenza dei fatti si allunga indietro nel tempo. Chi ricorda il Franti di De Amicis in Cuore? È la pecora nera della classe di cui da oltre un secolo si conoscono le vicissitudini di un anno scolastico. L’immaginario ragazzo che compila il diario delle sue giornate così ne scrive, per mano di De Amicis: «Uno solo poteva ridere mentre Derossi diceva dei funerali del Re, e Franti rise. Io detesto costui. È malvagio. Quando viene un padre nella scuola a fare una partaccia al figliuolo, egli ne gode; quando uno piange, egli ride. Trema davanti a Garrone, e picchia il muratorino perché è piccolo; tormenta Crossi perché ha il braccio morto; schernisce Precossi, che tutti rispettano; burla perfino Robetti, quello della seconda, che cammina con le stampelle per aver salvato un bambino. Provoca tutti i più deboli di lui, e quando fa a pugni, s’inferocisce e tira a far male. Ci ha qualcosa che mette ribrezzo su quella fronte bassa, in quegli occhi torbidi, che tien quasi nascosti sotto la visiera del suo berrettino di tela cerata».
Nel Diario minimo, Umberto Eco pubblica lo storico saggio Elogio di Franti. Il clima che precede il ‘68 alimenta la difesa del ragazzo ribelle, che non si piega all’autorità perché portatore di una sua carica rivoluzionaria. La stessa che però, rispetto al periodo di uscita dello scritto, sarebbe deragliata negli anni di piombo. Ancora più là, nei picchi selvaggi dei maranza. Oppure nell’abulia dell’hikikomori, la chiusura ad ogni relazione interpersonale, altrettanto distruttiva.
Giorgio Scerbanenco fa un ritratto efferato della violenza a scuola con I ragazzi del massacro, terza inchiesta del cupo e tormentato Duca Lamberti, medico incarcerato e radiato dall’albo per avere aiutato a morire senza soffrire una signora malata di cancro e successivamente investigatore non ufficiale della questura milanese. Un gruppo di giovani delinquenti delle serali sevizia, violenta e uccide un’insegnante. Esemplare il ritratto che Scerbanenco fa della riprovevole congrega: «Meglio sarebbe stato che la classe fosse stata tenuta da un sergente maggiore della legione straniera, e non da lei, fragile, delicata signorina della piccola borghesia dell’Alta Italia».
Auspicio che varrebbe più che mai oggi, nei disastri prodotti dall’iperprotettività, dall’abdicazione di troppi genitori al proprio ruolo e dalla chiusura del pensiero critico provocata dal politicamente corretto.
















