C’è un preciso istante, all’alba di ogni legislatura, in cui la politica smette di parlare e comincia a lasciare la sua impronta. Non nei comizi, non nei programmi. Nei numeri. Perché i numeri non sono un’opinione. Dicono chi conta, chi decide, chi si siede al tavolo di comando nella stanza dei bottoni. E chi, ancora una volta, resta in piedi.
La prima giunta del nuovo presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, nasce così: dieci assessori, quattro donne e sei uomini. Anzi sette, contando anche lui. Nasce dopo i ragionamenti sulla parità, sul «cambio di passo», su quella modernità che a parole è sempre dietro l’angolo e nei fatti, puntualmente, resta in sala d’attesa. Nasce, va detto, formalmente legittima. E anche politicamente corretta. Ma forse simbolicamente debole.
Non è una bocciatura, sia chiaro. È una constatazione sui numeri. Perché nel 2026 (con una legge sulla parità di genere in vigore, con anni di dibattito pubblico, con dati che raccontano una sotto-rappresentanza strutturale delle donne nella politica) la parità numerica in una prima giunta non sarebbe stata un azzardo.
Sarebbe stata una scelta, una direzione, una prospettiva. E invece no. Ancora una volta, la parità resta un obiettivo «da tendere», mai un punto di partenza.
Quattro donne su dieci non sono poche. Ma non sono nemmeno abbastanza, soprattutto se si considera il contesto. In Puglia le donne rappresentano oltre il 51 per cento della popolazione, ma faticano a superare il 30 per cento nei ruoli elettivi regionali e locali.
Nei consigli comunali, nelle giunte, nei ruoli apicali della politica, il soffitto di cristallo è meno visibile di ieri, ma altrettanto solido. E allora la prima giunta di un nuovo presidente avrebbe potuto – e dovuto – rompere questo schema. Non per gentile concessione, ma per coerenza con il tempo che viviamo.
C’è una frase di Simone de Beauvoir che torna spesso utile: «Non si nasce donne, lo si diventa». Oggi potremmo aggiornarla così: non si diventa pari per decreto, ma per scelta politica. E la scelta di non arrivare alla parità, quando è possibile farlo, è essa stessa una decisione. Anche se non dichiarata.
La giunta Decaro distribuisce deleghe importanti, alcune strategiche, altre più simboliche. Le donne ci sono, hanno competenze, curriculum, autorevolezza. Nessuno lo mette in discussione.
Ma il punto non è la qualità delle singole assessore, che non si giudica qui e non si giudica ora, bensì il messaggio complessivo. La parità non è solo una questione di merito individuale, è una questione di architettura del potere. È dire, fin dal primo giorno: questa Regione governa con uno sguardo equilibrato, plurale, rappresentativo.
Invece, ancora una volta, ci ritroviamo davanti a quella che potremmo definire una parità temperata. Abbastanza donne da non poter parlare di esclusione, non abbastanza da poter parlare di svolta. Una scelta prudente, forse. Ma la prudenza, in politica, raramente fa la storia.
Eppure, proprio la Puglia negli ultimi anni ha dimostrato di saper essere laboratorio politico e sociale. Lo è stata su diritti, su welfare, su politiche di genere. Lo è stata anche nel linguaggio, nel racconto, nella capacità di tenere insieme sviluppo e inclusione. Per questo l’occasione mancata pesa di più. Perché non arriva in un territorio arretrato, ma in una regione che avrebbe potuto osare senza strappi, semplicemente applicando fino in fondo ciò che già dice di essere.
Il tema non è fare contenta una parte. È riconoscere che la rappresentanza conta. Conta per le ragazze che guardano la politica da lontano e decidono se vale la pena provarci. Conta per le donne che lavorano, studiano, amministrano e restano sempre non per loro volontà né per deficit di competenza, un passo indietro ai colleghi uomini. Conta per la credibilità delle istituzioni, che non possono continuare a chiedere alle donne di essere protagoniste nella società e poi tenerle ai margini del potere.
La parità non è un vezzo ideologico, né una bandierina. È una misura di qualità della democrazia. E le prime giunte, come i primi atti, parlano più di mille programmi.
Ci sarà tempo per correggere, per riequilibrare, per dimostrare con i fatti che questa è solo una partenza e non un traguardo definitivo. Ma oggi resta la sensazione di un’occasione persa, perché gli inizi sono il tempo del coraggio. E allora perché non dare subito un segnale, invertendo l’equilibrio di genere (sei donne e quattro uomini) cercando energie e competenze nel Consiglio regionale e scavando ancora nel vasto, poliedrico e assortito panorama di competenze femminili della comunità pugliese? Resta un’ultima domanda, presidente, che suona come un claim piuttosto ritrito: se non ora, quando?
















