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La riflessione

Abbattere i muri tra ricchezza e povertà fa crescere il paese

Abbattere i muri tra ricchezza e povertà fa crescere il paese

Il giudizio sul grado di distribuzione/concentrazione del reddito non può che rispecchiare l’orientamento politico di chi lo emette

18 Settembre 2022

Salvatore Rossi

Oggi parliamo di ricchi e poveri. Non del gruppo musicale che con quel nome ci allieta da oltre mezzo secolo, ma proprio di ricchi e poveri, cioè di come si distribuiscono nella nostra società il reddito (i guadagni annui) e la ricchezza (il patrimonio accumulato).

Se la mia ricchezza e il mio reddito personali sono magri o inesistenti ma faccio parte di una famiglia in cui anche altri componenti possiedono e guadagnano, posso in parte beneficiare delle «economie di scala» discendenti da questa condizione: condivido la casa, i pasti, eccetera. Soprattutto in un Paese come l’Italia, in cui l’unità di base dell’organizzazione sociale è ancora la famiglia, conviene analizzare ricchezza e reddito complessivi dell’intera famiglia, piuttosto che dei singoli componenti. Tornerò su questo fra un attimo. Sulla ricchezza aggiungo che può essere molto composita: dai soldi liquidi che quasi tutti hanno in tasca ai conti correnti bancari, alle case (tre italiani su quattro sono proprietari della casa in cui abitano, una delle percentuali più alte del mondo) fino a patrimoni fatti di molte proprietà immobiliari, svariate attività finanziarie e tanto altro.
Quanto ne sappiamo su come si distribuiscono in Italia reddito e ricchezza fra 60 milioni di individui e 26 milioni di nuclei familiari? Non molto. Le statistiche ufficiali, quelle dell’Istat per intenderci, sono per origine storica e per missione istituzionale orientate, in Italia come in tutti gli altri paesi avanzati, verso dati «aggregati», ottenuti sommando milioni di dati individuali che però nella maggior parte dei casi non vengono utilizzati singolarmente. L’Istat pubblica dati sulla distribuzione del reddito, ma non della ricchezza. Sopperiscono le indagini campionarie. La più importante e reputata è quella della Banca d’Italia sui «bilanci delle famiglie italiane», che riconosce l’importanza dell’appartenere a una famiglia nel determinare reddito e ricchezza e usa quindi la famiglia come oggetto d’analisi.

Non è un’indagine facile facile: a parte gli enormi sforzi per trovare un campione della popolazione italiana sufficientemente ampio e, soprattutto, rappresentativo dell’intera popolazione secondo molteplici parametri, si tratta di chiedere alla gente quanto guadagna e quanti soldi ha da parte. E l’intervistato medio normalmente rifiuta di rispondere, o elude le domande, o mente. Questo vale soprattutto per la ricchezza. Ma se è la Banca d’Italia che lo chiede c’è qualche probabilità in più che queste reticenze non si producano, perché l’istituzione conserva nonostante tutto una nomea di serietà, di terzietà rispetto allo Stato, e viene meno sospettata di intelligenza col fisco. In aggiunta, sofisticate tecniche statistiche consentono di minimizzare gli inconvenienti delle risposte mancate o fallaci. Insomma, i dati dell’indagine della Banca d’Italia sono sufficientemente affidabili, e comunque sono quanto di meglio è disponibile. L’indagine è di norma biennale: stiamo parlando di fenomeni che non cambiano dall’oggi al domani, mutano lentamente nel tempo. L’ultima indagine, pubblicata lo scorso luglio, fa riferimento ai bilanci delle famiglie alla fine del 2020.

Esiste un indicatore sintetico che dà conto di quanto una società sia egualitaria nella distribuzione del reddito o della ricchezza: non racconto come è costruito perché sarebbe lungo e difficile, basti sapere che si tratta di un numero che va da zero (società perfettamente egualitaria: ciascuno guadagna o possiede quanto gli altri) a 100 (società totalmente sperequata: uno guadagna tutto o possiede tutto, gli altri niente). Secondo l’indagine BI, l’indicatore italiano per i redditi (disponibili) delle famiglie è 43, per le ricchezze (nette) 68. La prima cosa che salta agli occhi è che le ricchezze sono molto più concentrate dei redditi. In altri termini coloro che possiedono patrimoni considerevoli sono ancora meno numerosi di coloro che guadagnano ogni anno cifre considerevoli.

Però per cercare di farsi un’idea di quanto la società italiana sia egualitaria o, viceversa, sperequata, bisogna confrontare i due valori dell’indice per l’Italia con quelli per altri paesi. Più facile a dirsi che a farsi, poiché non tutti i paesi dispongono di indagini come quella della Banca d’Italia e, anche quando ne dispongono, le caratteristiche sono diverse e spesso si tratta d’indagini meno precise. Comunque, benemerite istituzioni internazionali azzardano dei confronti, che noi useremo. Limitandoci all’Europa, il dato italiano dell’indice per il reddito si situa nella fascia alta, dunque l’Italia è un paese poco egualitario nel distribuire i guadagni: l’indicatore per Germania, Francia e Regno Unito è più basso di 3,5-1,5 punti. Per la ricchezza, la situazione è rovesciata: la ricchezza negli altri principali paesi è ancora più concentrata che in Italia, fino all’estremo della Germania che ha un indicatore più alto di quasi 10 punti rispetto a quello italiano. La sperequazione comunque rilevabile nella distribuzione italiana della ricchezza reale si è peraltro accentuata di recente. Nel 2020 il valore dell’indice ha raggiunto il massimo storico in trent’anni: la metà meno ricca possedeva soltanto l’8 per cento del patrimonio complessivo di tutte le famiglie. Rispetto all’indagine sul 2016 (quella successiva è saltata per via del Covid) i risparmi accumulati dal quinto più povero delle famiglie italiane sono potuti crescere leggermente grazie ai sussidi elargiti dallo Stato nel 2020, primo anno di pandemia. Sono cresciuti anche quelli delle famiglie con capofamiglia giovane, fino a 40 anni, probabilmente più preoccupate del futuro.

Il giudizio sul grado di distribuzione/concentrazione del reddito e della ricchezza non può che rispecchiare l’orientamento politico di chi lo emette. La ricerca economica prevalente indica che una forte disuguaglianza sociale in un Paese, soprattutto se percepita come immobile (chi è povero resta povero, con ridottissime speranze di avanzamento sociale attraverso il lavoro), ostacola lo sviluppo economico complessivo, per ragioni facilmente intuibili: lo sviluppo è dinamismo, innovatività, creatività, talenti che devono essere diffusi, il che è difficile se la società è molto diseguale e cristallizzata.

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