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L'editoriale

Otranto e Punta Perotti: i tempi della giustizia disallineati dalla realtà

abattimento dei palazzi di Punta Perotti

Capita, spesso e non volentieri, che decisioni e provvedimenti arrivino ad anni e anni di distanza dai fatti, lasciando così spesso interdetto l’uomo della strada

13 Settembre 2022

Mimmo Mazza

I tempi della giustizia non corrono praticamente mai paralleli a quelli della politica, della pubblica amministrazione e dei privati cittadini. Capita, spesso e non volentieri, che decisioni e provvedimenti arrivino ad anni e anni di distanza dai fatti, lasciando così spesso interdetto l’uomo della strada, estraneo per sua fortuna ai riti giudiziari e in qualche caso fuorviato da chi (stra)parla di giustizia a orologeria.

Gli ultimi due episodi giudiziari made in Puglia non fanno eccezione alla regola. A Otranto, carabinieri e finanzieri, su mandato dall’autorità giudiziaria leccese, hanno arrestato politici e imprenditori, accusati di far parte - addirittura - di una vera e propria associazione a delinquere per compiere vari reati contro la pubblica amministrazione, tentando di condizionare la vita politica cittadina e perfino quella nazionale, con ombre riguardanti le elezioni politiche nazionali del marzo del 2018, cinque anni fa. Anche buona parte degli ipotizzati reati fine della supposta associazione a delinquere sono datati nel tempo (2017-2018) pur essendo alcune delle vicende amministrative citate negli atti ancora in corso di svolgimento. Dunque, ci si chiede, perché tanta distanza tra i presunti reati e gli arresti? Bella domanda alla quale manca una risposta, soprattutto in punta di diritto perché tra le tante riforme della giustizia annunciate e fatte, nessuna ha mai toccato la carne viva della materia, ovvero i termini di rito. Continua ad essere possibile, senza che la cosa costituisca fonte di problematiche di alcun tipo, che un giudice per le indagini preliminari possa decidere su una richiesta di emissione di ordinanza di custodia cautelare, e cioè di privazione della libertà personale dell’indagato, in un giorno o in due anni, una tempistica che influisce, spesso irrimediabilmente, sia sulle esigenze cautelari stesse (pericolo di fuga, rischio di reiterazione del reato, inquinamento delle prove) che sul futuro processo, i cui termini di prescrizione camminano inesorabilmente dalla data di commissione del presunto delitto (ovvero dal 2017, nel caso di Otranto). Quindi, spesso va a finire che l’unica pena realmente scontata dagli indagati futuri imputati sia quella pre-sofferta nella fase delle indagini preliminari.

Attenzione, nessuno vuole sostenere che gli arresti di Otranto non andavano eseguiti; l’occasione, al contrario, serve a sollecitare maggiore sollecitudine nell’azione giudiziaria, munendola di tempi certi, di strumenti e risorse adeguate, per dare risposte celeri a chi chiede giustizia e maggiore tutela al bene pubblico giacché proprio nel caso di Otranto sembra emergere la persistenza di una gestione deviata della pubblica amministrazione per anni e anni malgrado i riflettori accesi dalla polizia giudiziaria.

Sempre ieri, la Corte d’Appello di Bari ha condannato Ministero della Cultura, Regione Puglia e Comune di Bari, in solido tra loro, al pagamento di quasi 8,7 milioni di euro (più rivalutazione in base agli indici Istat dal 2001 ad oggi) in favore della società Sudfondi srl in liquidazione, degli imprenditori Matarrese, come risarcimento del danno patrimoniale subito dall’abbattimento - avvenuto nel 2006 - dei palazzi di Punta Perotti, sul lungomare di Bari. A 16 anni di distanza, insomma, dall’abbattimento-show che fu trasmesso in diretta televisiva e a ben 27 anni dall’inizio dei lavori della lottizzazione, arriva una nuova decisione giudiziaria in una vicenda contrassegnata da sentenze spesso contrastanti. La lottizzazione fu ritenuta abusiva ma gli imprenditori furono tutti assolti (nel 2001) perché avevano ottenuto una regolare autorizzazione edilizia. I palazzi furono confiscati e demoliti nel 2006 ma quella confisca fu dichiarata illegittima dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. La sentenza di ieri riconosce che il risarcimento stabilito dalla Cedu non copriva tutti i danni, riguardando unicamente la illegittimità della confisca e non l’accertamento della responsabilità in capo alle amministrazioni che avevano rilasciato le concessioni edilizie e autorizzazioni che avevano dato il via libera ai cantieri, e quindi dispone un ulteriore il ristoro per le spese sostenute per la progettazione, i costi pubblicitari, i pagamenti di Ici e oneri di urbanizzazione, gli oneri finanziari e parte dei costi di esecuzione dei lavori.

Una roba da far girare la testa e da generare confusione anche nei cittadini meglio informati. Senza considerare che la sentenza di ieri non è definitiva.

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