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Elezioni di settembre, il rischio concreto dell’astensionismo

Elezioni

Dunque, la partecipazione al voto è in crisi cronica. E il Belpaese è in buona compagnia in gran parte dell’Europa

17 Agosto 2022

Sergio Lorusso

I più recenti sondaggi ci offrono un quadro niente affatto rassicurante delle percentuali di coloro che si asterranno dal voto non identificandosi con alcuna delle forze politiche in campo. E manifestando più in generale una (crescente) disaffezione dalle urne che incalza inesorabilmente da molti anni. Ora, se la democrazia rappresentativa contempla fatalmente il pericolo dell’astensionismo nelle competizioni elettorali, è anche vero che queste ultime rappresentano il momento topico, più alto e significativo di partecipazione della collettività a tale forma di governo, l’espressione intrinseca della sovranità popolare fin dall’antichità. La «politeia», cara ad Aristotele, si regge proprio sul voto popolare attraverso cui i consociati designano i propri rappresentanti chiamati poi a svolgere direttamente la funzione legislativa e a sorreggere il governo.

Modello, beninteso, tutt’altro che perfetto – e da alcuni anni in crisi conclamata in Occidente –, ma che regge tuttora saldamente alle onde del populismo e alle note suadenti del flauto magico dei fautori della democrazia diretta (oggettivamente improponibile nel mondo contemporaneo), riproponendo nell’approssimarsi della consultazione elettorale il tema del non-voto.
Un tema che, per la verità, poco sembra interessare ai competitors che si muovono sulla scia dei dati percentuali forniti dai sondaggi (persino la ripartizione dei collegi tra le forze di alcune coalizioni è avvenuta così) nei quali chi non vota vale zero. Perché, si sa, chi non vota finisce per avallare la performance dei vincitori. Naturalmente ci si potrebbe interessare all’esercito dei delusi e degli indifferenti, degli scontenti e dei recalcitranti, cercare di risvegliare in loro se non una passione politica figlia di un passato che non torna un minimo di coscienza collettiva, di senso del sociale. Ma sarebbe chiedere troppo alla miriade di stelle cadenti della politica italiana il cui personalismo, non foss’altro, traspare inequivocabilmente dalla moltitudine di formazioni e partitini-persona, contrassegnati anche nel simbolo dal nome del leader.

Dunque, la partecipazione al voto – un dovere civico, in caso di elezioni politiche, secondo la Carta fondamentale (art. 48 comma 2 Cost.) – è in crisi cronica. E il Belpaese è in buona compagnia in gran parte dell’Europa (per non dire degli Stati Uniti, ove si viaggia tranquillamente nell’ordine del 50-60% di votanti alle presidenziali). Per alcuni si tratta di un chiaro segno del crepuscolo della forma democrazia rappresentativa che si consuma lentamente ad Ovest.

C’è da dire che sotto questo profilo l’Italia appare una nazione «viziata», se guardiamo ai picchi partecipativi della prima Repubblica: nel 1976 – l’anno del testa a testa tra Dc e Pci, risoltosi a favore della prima – a votare furono il 93,4% degli aventi diritto. E andando a ritroso, fino al 1948, non si era mai scesi sotto il 92,1%. Percentuali bulgare. Altri tempi, si dirà, in cui la forte caratterizzazione (e contrapposizione) ideologica del Paese – complice la cortina di ferro, figlia della Guerra fredda – consentiva di raggiungere affluenze oggi solo vagheggiate che esprimevano un senso della collettività ed una percezione della politica oggi fatalmente oscurati. E così nel 2006 si scende al 81,2%, per poi scivolare al 75,2% (2013) e al 72,9% (2018) in pochi anni. La deriva – per inciso – nasce dopo Mani Pulite, è conseguenza della verginità perduta di una delle più longeve tra le classi politiche del Vecchio continente.

Individualismo imperante? Forse. Eppure, se andiamo a guardare le motivazioni addotte dagli intervistati in un sondaggio commissionato nei giorni scorsi a Quorum/You Trend da Sky TG24 vediamo in testa la circostanza che i politici non fanno gli interessi dei cittadini (52%), seguita dalla scarsa attitudine dei partiti a mantenere le promesse (49%), dalla sempre minore fiducia nel funzionamento della democrazia (37%) e dalla mancanza di leader capaci (34%). Gli intervistati, insomma, sembrano avere le idee chiare. C’è spazio anche per l’impossibilità di scegliere il candidato da eleggere. Fatto da non sottovalutare, che espropria il cittadino di una fetta consistente del diritto di voto. Ma a prevalere, purtroppo, è l’indifferenza generale.

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