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Breve guida per capire questo strano voto in mutande da bagno

Breve guida per capire questo strano voto in mutande da bagno

Breve guida per capire questo strano voto in mutande da bagno

 
Pino Pisicchio

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Pino Pisicchio

Breve guida per capire questo strano voto in mutande da bagno

A meno di due mesi dall'inatteso appuntamento elettorale

Al netto delle cause del gocciolio nelle sezioni elettorali abbiamo avanti a noi meteorologie e timing procedurali che non lasciano immaginare molta attenzione a programmi e candidati

Venerdì 05 Agosto 2022, 13:40

Per la prima volta nella storia della Repubblica (ma forse anche del Regno) si andrà a votare per il rinnovo del Parlamento con le mutande da bagno. Al netto delle cause del gocciolio nelle sezioni elettorali - l’uscita dei grillini, lo scoramento di Draghi, il disimpegno della destra di governo - si voterà solo tra una cinquantina di giorni e abbiamo avanti a noi metereologie e timing procedurali che non lasciano immaginare tutta questa attenzione ai programmi e ai candidati. Il caldo e la stagione spingono al disimpegno, e il tempo imposto dalla legge chiude il preliminare della pubblicazione delle liste nel giro di poco più di due settimane e mezzo. È chiaro che questo peserà sul voto, tendendo a cristallizzare i rapporti di forza che si registrano oggi con i sondaggi, che già sono lo strumento con cui le alleanze tra partiti si ripartiscono le candidature comuni. Un’altra conseguenza , legata al «glorioso» taglio dei parlamentari, sarà un più marcato effetto maggioritario: chi vince, vincerà «di più», per via del ridotto numero dei deputati e senatori ( circa il 40% in meno).

Un altro frutto di tutta questa fregola elettorale sarà che per la prima volta dopo un paio di decenni ci sarà un rinnovamento limitato (nelle ultime legislature andava intorno al 64%). La ragione di tale tendenza conservativa è nelle leggi vigenti, che impongono alle formazioni politiche che non sono in parlamento di raccogliere migliaia di firme ( sulle spiagge...) per presentare le liste, mentre per quelle presenti con proprio simbolo da almeno un anno l’onere non c’è. E già questo spiega, per esempio, il caso di alcune inusitate «unioni civili» tra vecchi democristiani titolari di simboli elettorali col copyright e giovani ministri in uscita dai Cinquestelle, con buona dotazione parlamentare ma senza simbolo. Per capire, però, quel che sta accadendo tra i partiti e gli schieramenti in questa breve vigilia del voto, bisogna dire qualcosa sul famigerato Rosatellum, la legge elettorale con cui si voterà a settembre.

Stiamo parlando di una ibridazione tra sistema proporzionale e maggioritario: 256 deputati e 128 senatori saranno eletti col sistema proporzionale (che prevede una soglia d’ingresso del 3%, circa 1,3 milioni di voti) in una lista chiusa che non consente al cittadino l’espressione di una scelta ma solo l’indicazione del simbolo; 144 deputati e 72 senatori saranno eletti, invece, con il maggioritario (collegi regionali «uninominali», un solo candidato per lista o coalizione. Vince chi prende un voto in più degli altri concorrenti). La parte proporzionale serve per rivendicare l’identità politica: si vota il simbolo e vengono eletti tanti candidati quanti saranno percentualmente i voti raccolti secondo l’ordine di lista imposto dal partito.

Allo stato dell’arte pare che il centro-destra sia già nella fase delle trattative sull’uninominale distribuendosi i collegi «potabili» in base agli ultimi sondaggi. Il centro-sinistra rincorre. Il Pd, partito egemone nell’area, dopo la scellerata liaison con Conte si dibatte tra il richiamo frontista della vecchia strategia, e l’apertura a Calenda. In realtà la posta in gioco per i potenziali alleati è insieme politica e di sopravvivenza. Un fronte «draghiano» dal punto di vista dei numeri sul maggioritario (perché, come abbiamo visto, sul proporzionale ogni forza arriva con la sua bandiera), non sarebbe una gran cosa, ma riuscirebbe a salvare il diritto di tribuna a qualche alleato che al 3% rischia di non arrivare (Di Maio per esempio).

Si potrebbe aprire però un po’ di luce nel nuovo parlamento pur nell’angustia di una legge elettorale pensata solo per i capi-bastone. Sarebbe un segno di apertura se il Centro-Destra e il Centro-sinistra convenissero di rinunciare alle candidature di uomini e donne di partito per mettere in tutti i collegi del maggioritario persone che rappresentino i mondi vitali del paese: intellettuali, giovani talenti, donne e uomini di cultura, del mondo solidale, dell’associazionismo, dello sport. Insomma: il meglio della società italiana. Non occorrerebbe rinunciare alle proprie posizioni politiche e culturali, perché candidature così sono reperibili nel paese a destra come a sinistra. Sarebbe un gesto intelligente e generoso, offerto al corpo elettorale come segno di una nuova volontà di dialogo. Sarebbe finalmente un gesto politico, dopo tanti tatticismi di minimo cabotaggio.

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