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In Puglia e Basilicata

IL COMMENTO

Molestie e discriminazioni, il mondo del lavoro non è (ancora) donna

Molestie e discriminazioni, il mondo del lavoro non è (ancora) donna

La violenza dilagante sulle donne

Nella ricerca della Fondazione Libellula una intervistata su due dichiara di essere stata vittima di una manifestazione di molestia e di discriminazione in ufficio

04 Agosto 2022

Antonella Fanizzi

Sindaca, ministra, avvocata, prefetta. Non è certo una «a», una desinenza declinata al femminile, a riequilibrare le differenze e soprattutto a sancire la parità nei luoghi di lavoro, spesso teatro di istinti primordiali che cozzano con le battaglie e i provvedimenti di contrasto alle discriminazioni di genere, ormai bandiera delle istituzioni e dei privati a tutti i livelli. E non stupisce, però indigna, l’esito di un’analisi condotta dalla Fondazione Libellula che ha coinvolto 4.300 lavoratrici e libere professioniste in tutta Italia con l’obiettivo di fotografare l’equità nel mondo del lavoro italiano. Una donna su due, più precisamente il 55% delle intervistate, ha dichiarato di essere stata vittima di una manifestazione diretta di molestia e di discriminazione in ufficio, in azienda, nel magazzino di un supermercato, in un laboratorio di ricerca. Dati shock, è vero, ma probabilmente la stima è al ribasso.

Giochetti allusivi, apprezzamenti estetici pretestuosi, un massaggio alla schiena non richiesto o peggio ancora ricatti sessuali. Ma anche una promozione che ha lusingato un altro collega, uomo, approfittando della gravidanza della candidata all’avanzamento di carriera. Battutine, molestie, condizioni sfavorevoli di crescita professionale: sono le parole usate dalle donne per descrivere la propria esperienza lavorativa. Lo studio contiene numeri allarmanti: il 22% ha dichiarato di aver avuto contatti fisici indesiderati e il 53% di aver subito complimenti espliciti non graditi. Le conseguenze si traducono in una limitazione del comportamento per paura che possa essere male interpretato o che possa portare a conseguenze negative: il 58% delle donne che ha partecipato al monitoraggio non reagisce efficacemente di fronte ad una molestia, di queste il 38% non vuole passare come una persona troppo aggressiva o come «quella che se la prende», mentre l’11% non sa cosa fare. Persino chi riveste un ruolo dirigenziale è in difficoltà. I comportamenti decisi e determinati delle manager vengono visti in un modo differente rispetto a quelli dei maschi: così le donne a volte rinunciano a mettersi in gioco per la loro crescita professionale. Il 62% dichiara di essere considerata aggressiva se si mostra ambiziosa o assertiva e, tra queste, il 42% ricopre un ruolo di responsabilità dirigenziale. E in merito alla carriera, le donne non sono mai abbastanza brave: per gli uomini è più facile e veloce vedere riconosciuti i propri meriti. Il bilancio è che la leadership è prevalente al maschile. Il 71% sperimenta contesti in cui i ruoli di responsabilità sono ricoperti da uomini, il 79% vede crescere i colleghi uomini bruciando le tappe, anche se con una minore esperienza. Le donne non sono perciò serene nel comunicare alla propria azienda di essere incinta (41%) perché nel 68% dei casi ha visto rallentare i percorsi di crescita delle colleghe in maternità.

Siamo diventate più deboli, più buoniste rispetto alle nostre mamme che hanno lottato per l’aborto o per il divorzio? Di certo deve far riflettere il riconoscimento assegnato alle aziende che garantiscono alle proprie dipendenti lo stesso stipendio degli uomini a parità di mansioni e in contesti lavorativi equipollenti. La parità merita dunque di essere osannata? Il problema esiste e la prevenzione non può che partire da una capillare rivoluzione culturale che cancelli l’ancestrale disuguaglianza di genere, intrisa di atavica misoginia, intervenendo non soltanto sul piano legislativo, giuridico e repressivo, ma anche su quello dell’educazione.
Va anche in questa direzione il finanziamento di 2 milioni di euro assegnato alla Regione Puglia per potenziare l’assistenza alle donne vittime di violenza, un fenomeno sotterraneo ma non per questo meno drammatico. Le donne che finiscono in ospedale non sono numeri, non servono a riempire le statistiche, ma sono corpi e anime ferite in attesa di una mano a cui aggrapparsi per trovare la forza di riemergere dall’abisso. Le risorse serviranno per rafforzare i servizi territoriali, i centri antiviolenza e le case-rifugio nelle quali vengono accolti anche i figli delle madri maltrattate. Una quota andrà a sostenere proprio l’inserimento lavorativo e l’autonomia abitativa delle donne abusate.

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