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IL COMMENTO

Braccianti sfruttati e ghetti: adesso salario minimo garantito

Braccianti sfruttati e ghetti: adesso salario minimo garantito

Aboubakar Soumahoro disteso per terra davanti a Montecitorio

L’immagine di Aboubakar Soumahoro disteso davanti a Montecitorio, incatenato, dovrebbe essere trasmessa in tv a tutte le ore

06 Luglio 2022

Valentina Petrini

L’immagine di Aboubakar Soumahoro disteso per terra davanti a Montecitorio, incatenato, che da lunedì ha iniziato lo sciopero della fame e della sete per chiedere il salario minimo e un piano nazionale contro le morti sul lavoro dovrebbe essere trasmessa costantemente in tv a tutte le ore. Che piaccia o no, che si condividano o meno le sue idee e lotte politiche, è il metodo dirompente. La scelta di andare davanti al Parlamento, sacrificare il suo corpo, è un atto di disobbedienza civile che parla alle coscienze. Nessuna solita sfilata in giacca e cravatta davanti alle telecamere. Né tanto meno l’ennesima conferenza stampa in cui si annuncia un tavolo con le istituzioni per risolvere drammi annosi e da sempre sotto gli occhi di tutti come fosse una conquista politica di cui andar fieri. E anche le parole sono macigni. «Il Governo è il responsabile morale della mia vita, come responsabile morale è dei braccianti morti, dei lavoratori, dei precari».

Molti di quei morti che Soumahoro chiama per nome, hanno perso la vita in maniera barbara proprio in terra di Puglia. Ho quasi vergogna a parlarne. Sono passati 7 anni dal mio primo reportage denuncia in prima serata in cui mostravo la vergogna di ghetti e sfruttamento. Non si dovrebbe scomodare la retorica. Ma è retorico il cordoglio che ad ogni morte giunge dalle istituzioni. L’ultima vita sacrificata è quella di Joof Yusupha, 35 anni del Gambia. L’ennesimo bracciante, di giorno nei campi, di notte in una baracca due metri per due, fatta di lamiere nel ghetto foggiano, dove il 27 giugno scorso è divampato un incendio. Il suo corpo completamente incenerito è stato ritrovato dai Vigili del fuoco dentro quella scatoletta di latta. Prima di lui erano morti anche due bambini in queste maledette baracche. Christian di 4 anni e Birka, 2 anni. Sempre un rogo, sempre in un ghetto, quello di Stornara. Era il 17 dicembre 2021. I ghetti a distanza di anni hanno sempre gli stessi nomi. Ghetto dei Bulgari, Borgo Mezzanone, Ghetto Ghana. Cambiano le identità degli esseri umani che vi abitano. Perché qualcuno riesce a fuggire, altri invece ci restano seppelliti. Non dimentico i volti, i nomi, le vite, le storie, di chi ho incontrato nel 2014. Sopravvissuti alla traversata dalla Libia a Lampedusa, e infine incastrati nelle nostre campagne. «Non lasciarmi morire qui per favore» mi chiedeva chi mi affidava la sua storia. Casette a forma di cubo avvolte nella plastica per difendersi dalla pioggia.
Gerard Taloum mi mostrò il suo contratto, 2,50 euro all’ora e zitto. «Il grande pesce mangia il piccolo pesce» gli diceva il suo datore italiano. Quando lo andai a cercare per chiedergli conto della denuncia di questo lavoratore mi accolse così: «È un maiale, non è una persona». Poi mi diede una manata sul microfono e mi cacciò via. Chissà dov’è oggi Gerard.
Daniel Mensah aveva freddo la notte che l’ho conosciuto. Era provato, dolorante. Aveva un piede fasciato, avvolto nella plastica. Era diabetico. Viveva in una vecchia macchina e la mattina andava a lavorare nei campi nella zona di Borgo Tre Titoli (Cerignola) anche se i caporali lo chiamano Ghetto Ghana, perché dentro ci vivono soprattutto braccianti di origine ghanese. Daniel Mensah lo so che fine ha fatto invece. È morto il 23 ottobre del 2017, mi ha scritto un suo amico. L’hanno trovato in macchina rannicchiato ed ansimante. È morto di freddo.

Paola Clemente era una bracciante, il 13 luglio del 2015 fu stroncata da un infarto mentre lavorava all'acinellatura dell'uva. Chissà quando finirà il processo per omicidio colposo a carico di sei imputati accusati di sfruttamento. «Abbiamo promesso una legge per garantire salari minimi equi nell’Ue (...) Le nuove regole tuteleranno la dignità del lavoro e faranno in modo che il lavoro si paghi» ha detto Ursula Von der Leyen quattro settimane fa entusiasta. Da queste parti ci vorrà molto di più un salario minimo, ma sarebbe già un inizio importante. Certo prima o poi bisognerà anche farla finita con la prassi dei quasi mille contratti collettivi nazionali che fanno regnare il caos e nascondono bene chi vuole essere predatore. L’Italia è al momento uno dei 6 Paesi a non avere una legge sul salario minimo. La direttiva varata dall’Unione Europea in verità non obbliga nessuno, ma speriamo sia una spinta gentile ad andare finalmente fino in fondo. Dal 2018 ad oggi sono state presentate almeno dieci proposte di legge in Parlamento sul salario minimo, firmate da parlamentari di schieramenti politici differenti. Nemmeno una di queste ha visto la luce.

Secondo i dati Inps diffusi dal presidente Pasquale Tridico in Italia sono 4,5 milioni i lavoratori che guadagnano meno di 9 euro all’ora lordi. Anche nei settori in cui si applica un contratto nazionale molti sono sotto i 9 euro all’ora. Significa salari mensili netti al di sotto dei mille euro. Poi ci sono gli invisibili, quelli sfruttati completamente in nero. Non solo agricoltura: logistica, ristorazione, turismo, beni culturali, assistenza alla persona. Ma il diavolo è sempre nei dettagli perché l’accordo politico ancora non c’è. La fregatura sarebbe se alla fine per far finta di averlo raggiunto, si decidesse di far rientrare nei 9 euro all’ora anche la tredicesima e il TFR, cioè il trattamento di fine rapporto. Stimano gli addetti ai lavori che questo tipo di accordo politico in realtà significherebbe addirittura un abbassamento dei compensi. E allora forza, coraggio. Tutto ha un costo. Ma in nome di giustizia e dignità nessun prezzo è troppo alto.

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