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CULTURA IN LUTTO

La Capria, scrittura e bellezza nella metafora di un secolo

La cultura piange l'addio dello scrittore Raffaele La Capria

Scomparso a 99 anni l’autore napoletano che vinse lo Strega con «Ferito a morte». Fu compagno di strada generazionale di intellettuali come Ghirelli e amico di Napolitano

28 Giugno 2022

Andrea Di Consoli

È morto ieri a 99 anni lo scrittore Raffaele La Capria (era nato nel 1922, e mancavano pochi mesi al centesimo compleanno). I funerali si svolgeranno oggi a Roma, a mezzogiorno, nella chiesa di Sant’Ignazio di Loyola di Campo Marzio. La Capria nacque a Napoli e fu compagno di strada «generazionale» di intellettuali e artisti di primissimo ordine come Antonio Ghirelli, Giuseppe Patroni Griffi, Giorgio Napolitano e Francesco Rosi, del quale sceneggiò quattro film: Le mani sulla città (1963), C’era una volta (1967), Uomini contro (1970) e Cristo si è fermato a Eboli (1979). Complice l’amicizia con lo scrittore e traduttore William Weaver (1923-2013), che fu di stanza a Napoli durante la seconda guerra mondiale, La Capria si confrontò precocemente con la letteratura moderna, anzitutto Proust e Joyce, che lo mise in aperto contrasto con la «letteratura napoletana» bozzettistica, folcloristica e sentimentalista – con i Giuseppe Marotta, tanto per essere chiari. Grazie a un’estrazione borghese malinconica e colta – crebbe a Palazzo Donn’Anna, una delle costruzioni più suggestive di Napoli – e studi aperti a orizzonti internazionali, La Capria sentì con sempre maggiore disagio la permanenza a Napoli, tant’è che nel 1950, dopo aver viaggiato in varie parti del mondo, decise di stabilirsi a Roma, dove lavorò continuativamente alla Rai, per la quale scrisse radiodrammi e seguì il settore degli sceneggiati.

Nel 1952 pubblicò il suo primo romanzo, Un giorno d’impazienza, che è ambientato in un solo giorno, a Napoli, nel 1950, e che racconta il «giro a vuoto» di un adolescente alle prese con l’iniziazione sessuale. Nel 1961 La Capria pubblicò il suo romanzo più celebre, Ferito a morte, che vinse quello stesso anno il premio Strega. In quel romanzo, anch’esso ambientato in un solo giorno – come del resto il terzo, Amore e psiche, del 1973, tra i meno amati dall’autore, e tra i più segnati da una «cervellotica» influenza neoavanguardista – emergevano proprio tutti i tormenti della buona borghesia napoletana, in bilico tra il restare a sprofondare nelle sabbie mobili di un’autoreferenzialità compiaciuta e rinunciataria e il partire per inseguire la cosiddetta «Grande Occasione». Ma è negli anni ’70 che La Capria trova pienamente la sua voce letteraria, proprio quando abbandona definitivamente il romanzo d’invenzione – qualcosa di simile accadde a Domenico Rea, di un anno più grande. La Capria trova la sua dimensione nel genere della prosa, del racconto, dell’elzeviro, del ricordo, del ritratto, del memoriale, della saggistica (una saggistica sottile e complessa, benché affabile, avvolgente, di rara limpidezza), della riflessione (alla Montaigne), del «discorso» (sognante e illuministico), questo sì napoletano (La Capria detestava profondamente quella che definiva «napoletaneria»). I grandi capolavori di La Capria appartengono proprio a questa lunga fase post-romanzesca, quando uno dopo l’altro escono libri cruciali quali False partenze (1974), Fiori giapponesi (1978), L’armonia perduta (1986), La neve del Vesuvio (1988), Letteratura e salti mortali (1990), Capri e non più Capri (1991), Napolitan graffiti (1998), Lo stile dell’anatra (2001), L’estro quotidiano (2005), L’amorosa inchiesta (2006) e Il fallimento della consapevolezza (2018). Libri che raccontano la vita e la letteratura con lingua umile e nobile, sobria e consapevole, e che hanno regalato alla letteratura mondiale metafore di rara intelligenza come la «bella giornata», il «salto mortale» e lo «stile dell’anatra».

Tutta l’opera di La Capria è una lunga riflessione sulla verità, sulla semplicità e sulla bellezza. Nonostante una formazione esistenzialista – conosceva bene Camus, e aveva tradotto Sartre – La Capria riuscì nel miracolo di contrastare il nichilismo moderno con un’ostinata e mai retorica riflessione sulla bellezza, l’intelligenza e la perfezione. Rimangono indelebili le sue pagine sull’amore (fu sposato con l’attrice Ilaria Occhini), sul suo cane Guappo, su Napoli, sulla malattia (ebbe un infarto nel 2006), su Capri, sul mare, sulla vecchiaia, sulla lettura e sulla morte. Spesso affidate alla terza pagina del «Corriere della sera», al quale collaborò per molti decenni, rimarranno tra le testimonianze in prosa più cristalline della letteratura italiana a cavallo tra ‘900 e nuovo millennio. Avverso a ogni forma di fanatismo politico o ideologico, La Capria tentò la strada della «prosa onesta», per parafrasare Umberto Saba.

Per ripercorrere efficacemente la sua opera si consiglia di leggere il Meridiano Mondadori curato da Silvio Perrella – uno dei grandi studiosi di La Capria – e di cercare i tanti libri-conversazione che ha realizzato con scrittori delle nuove generazioni a lui affini (scrittori post-romanzeschi e non-fictionali) come Emanuele Trevi. Se ne ricaverà l’impressione di uno scrittore imprescindibile, un grande «classico» moderno.

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