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IL COMMENTO

Di Maio è uscito dal gruppo, ora neI Movimento «Uno non vale più uno»

Di Maio è uscito dal gruppo, ora neI Movimento «Uno non vale più uno»

Luigi Di Maio è l'uscita di scena dal Movimento Cinque Stelle

Il partito pentastellato è diventato grande e il ministro degli Esteri, compiendo lo strappo, si è liberato dai lacci di un vincolo ipocrita

27 Giugno 2022

Sergio Lorusso

E così Luigi Di Maio è uscito dal «gruppo». Anzi, dal Movimento. Ma non all’improvviso e neanche nel momento di massima popolarità della forza politica di cui è stato capo politico. Una scissione in piena regola - questa sì inaspettata nei numeri - dettata non soltanto da motivi personali e di potere, come pure taluni hanno affermato cercando di minimizzare il tutto. Certo, non paragonabile a quelle dei partiti ai tempi delle ideologie - come quella del Partito Socialista a Livorno nel 1921, da cui nacque il Partito Comunista d’Italia all’esito dello scontro di portata internazionale tra riformisti e rivoluzionari - ma non per questo da considerarsi una mera operazione di facciata mossa da aspirazioni individuali e interessi di bottega. E probabilmente destinata ad avere maggiori ricadute sullo scenario politico delle innumerevoli scissioni che hanno interessato in tempi più o meno recenti la sinistra nelle sue varie declinazioni, generando un incessante e a volte impalpabile «pulviscolo politico».

La più significativa tra le affermazioni fatte da Di Maio durante il commiato riguarda il sovvertimento di quello che è stato un principio ispiratore - quasi un mantra - del pensiero grillino: quell’ «uno vale uno» che è diventato d’emblée «uno non vale l’altro». «Per affrontare le sfide della modernità – ha detto il Ministro degli Esteri – servono le migliori capacità e i migliori talenti. Perché uno non vale l’altro». Un’autentica rivoluzione. L’ex leader grillino ha messo così in soffitta con poche battute uno dei gridi di guerra più noti e identitari del M5S, foriero di un auspicato egualitarismo a buon mercato che è però di fatto sfociato in un appiattimento deleterio e nocivo per merito e competenze. Quasi una regola aurea per i Cinquestelle, da cui discende il divieto di candidarsi per più di due volte. Tanto tutti sono interscambiabili, sostituibili, e la professionalità - nella politica come altrove - non deve considerarsi un valore.

È la democrazia diretta secondo Gianroberto Casaleggio - il guru del Movimento ad avviso del quale la democrazia rappresentativa non aveva futuro -, in cui gli eletti sono dei semplici «portavoce» cui spetta il compito di realizzare il programma elettorale mantenendo così gli impegni assunti con i cittadini. O, a voler essere un po’ maliziosi, delle pedine agevolmente controllabili ed orientabili da chi muove i fili dell’organizzazione. Ma alla prova dei fatti l’idea non ha retto, già all’indomani del clamoroso successo elettorale del 2018 quando i duri e puri grillini hanno dovuto scendere a patti con altre e antitetiche compagini politiche per poter governare. E la spersonalizzazione di deputati e senatori, poi, ha fatto a pugni con la natura umana, con la psicologia e le ambizioni personali di chi rifuggiva dall’idea di essere ridotto a soldatino in una battaglia eterodiretta. Non è un caso che - già prima della scissione - il Movimento Cinquestelle vantasse un numero esorbitante di fuoriusciti dai propri gruppi parlamentari.

La democrazia diretta, del resto, è un’utopia se calata in contesti di grandi dimensioni. Valeva nelle polis dell’antica Grecia, ma è quasi impossibile attuarla in uno Stato contemporaneo. Almeno nella sua forma estrema. Lo stesso Jean-Jacques Rousseau, cui Casaleggio Senior ha dedicato la piattaforma digitale di voto del Movimento, ebbe modo di riconsiderare le sue convinzioni espresse in favore di tale modello dopo essersi confrontato con la realtà in divenire.
La democrazia «orizzontale» – agitata come un vessillo dalla cavalleria pentastellata –, insomma, ha fatto flop. E uno (non) vale più uno. Era naturale, d’altra parte, che anche nel Movimento nascessero dei leader e che questi provassero a camminare sulle proprie gambe. Magari scontrandosi. Ognuno con le proprie forze e ciascuno con alterne fortune.
Tanto che oggi possiamo sentir dichiarare con indifferenza da una sua esponente storica che a valere sono «il merito, l’esperienza. E lo studio», e che la regola in questione «va decisamente messa da parte» in quanto «non siamo intercambiabili». Parola di Carla Ruocco.

Altro che unus pro omnibus, omnes pro uno (come nella città immaginaria di The Truman Show) – motto che poco si addice alla politica, terreno naturale di scontri e lotte intestine –: il Movimento è diventato grande e Di Maio, uscendo dal gruppo portando con sé una nutrita schiera di parlamentari, si è liberato dai lacci di un vincolo un po’ ipocrita ma di sicuro impatto apparentemente dettato per eliminare le diseguaglianze ma in realtà penalizzante delle specificità (e delle qualità) di ciascuno.

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