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IL CASO

Le belle Vanessa e Cloe finite nel tritacarne del body shaming

Le belle Vanessa e Cloe finite  nel tritacarne del body shaming

Vanessa Incontrada con Gigi D'Alessio

L'attrice e la prof trans nell’inferno di chi vuole fare male

22 Giugno 2022

Stefano Tatullo

Vanessa Incontrada la conosciamo tutti. Per il suo lavoro di conduttrice e di attrice in televisione e in cinema. E l’ammiriamo tutti. Per la sua bravura, per la sua simpatia, per la sua bellezza. Anche se no, questo non è proprio vero. Nel senso che ad ammirarla non siamo tutti; anzi, c’è un numero di haters che da tempo la perseguita col body shaming. Traducendo a spanne, haters sanifica quelli che odiano, odiatori; body shaming significa deridere, cercare di far vergognare qualcuno per il suo corpo, per il suo aspetto. Ora, uno si chiede un po’ stranito: ma perché Vanessa Incontrada dovrebbe vergognarsi per il suo aspetto? Ha una faccia bellissima. Chiediamo scusa alla signora Incontrada: lo sappiamo che si dice viso, volto, ma da noi in un italiano familiare si dice così, faccia. E il fatto è che la sua faccia bellissima e pulita, con le lentiggini, ha più di un che di familiare: è quella della ragazza di cui ti sei innamorato alle superiori, quella che passava davanti al bar mentre tu servivi ai tavoli, quella che abitava al piano di sotto e tu sei stato cento volte sul punto di fermarla e dirle: io sono innamorato di te. Solo che non l’hai fatto e un giorno l’hai vista in televisione che era una modella e una conduttrice famosa.

E adesso questa cosa che dovrebbe vergognarsi del suo aspetto. Lei? Ma che dicono questi disgraziati? Poi leggi che è per via dei chili che prese al tempo della gravidanza e vorresti chiedere: e allora? Ci sono donne che non mettono chili durante la gravidanza? Ma quella faccia (scusi, signora) con le lentiggini l’avete vista? E poi, che problemi avete, che cosa vi manca, di che cosa avete paura? Avete bisogno di far male a qualcuno, per sentire che esistete? Non ce la fate a vivere una vita vostra? O non ne avete una? Naturalmente i vostri apprezzamenti su Vanessa (sì, noi siamo il ragazzo del bar, quello del piano di sopra) i vostri apprezzamenti li fate in incognito, al riparo dello schermo; se no che cosa vi direbbero, e vi farebbero, i tanti innamorati (tanti, ahinoi) di Vanessa? Se vi va bene e c’è un medico vi fanno un Tso; se no cominciate subito a correre perché non avete idea delle mazzate che vi aspettano. Comunque, a dire a Vanessa che cosa pensiamo di lei, del suo aspetto, ci hanno pensato i napoletani alla festa per i 30 di carriera di Gigi D’Alessio in Piazza Plebiscito: quando è entrata sul palco tutta la piazza ha cantato Sei bellissima di Loredana Bertè. Capito? Vanessa certamente ha capito.

Chi invece non ha capito è stata Cloe Bianco. «Io sono brutta, decisamente brutta», ha lasciato scritto. «Sono una donna transgenere, un’offesa al mio genere, un’offesa al genere femminile. Non faccio neppure pietà». Cloe era nata uomo, si chiamava Luca, ed era un insegnante di laboratorio in un istituto superiore di San Donà di Piave, in provincia di Belluno. Luca era stato anche sposato e aveva avuto una figlia, ma dentro di sé si sentiva donna, era una donna. Così un giorno si è presentata in classe con stivali e minigonna e ha detto: «Da oggi sono Cloe». Con serenità, come ha detto una sua ex alunna, spiegò ai ragazzi che cosa l’aveva portata a quel cambiamento.
Ma nessuno ha cercato di capire: i ragazzi ridevano, dei professori dissero che aveva rovinato la reputazione della scuola, ai colloqui si videro genitori che non avevano mai messo piede nella scuola fare la fila per guardare quell’uomo vestito da donna, il caso da baraccone. Uno di loro scrisse all’assessore regionale all’Istruzione. Cloe non entrò più in aula. Prima fu sospesa, poi fu spostata in segreteria. E dopo in quella di altri istituti. Lei fece ricorso ma perse la battaglia. La vita che seguì fu una spirale che la portò ad una solitudine sempre più dolorosa. Fu allontanata dalla famiglia, e le fu tolta la potestà della figlia minorenne. Cloe si ritirò a vivere in un camper, finché non ha più retto il suo dolore di vivere «sempre sommessamente, nella penombra. In punta di piedi, sempre ai bordi della periferia sociale, dov’è difficile guardare il faccia la realtà». Lo ha scritto in un post che è stato il suo addio, il suo testamento, che ha concluso così: «Qui finisce tutto». Poi ha dato fuoco al camper, dove hanno trovato il suo cadavere carbonizzato. Se si vuole vedere una simbologia in quelle fiamme, sono l’inferno che Cloe ha attraversato in vita. E se l’inferno è quello che imparammo da bambini al catechismo, è quello in cui bruceranno i diavoli sena un’anima che hanno reso la vita di Cloe un martirio.

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