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In Puglia e Basilicata

IL COMMENTO

Effetto Tafazzi per Pd e 5S, ma i Dem si compattano sempre

Effetto Tafazzi  per Pd e 5S, ma i Dem  si compattano sempre

La resa dei conti nel Movimento Cinque Stelle tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio

«Alle amministrative non siamo mai andati così male». «Il Partito democratico è il primo partito d’Italia». Si gioca tra questi due estremi la nuova sfida politica

20 Giugno 2022

Bepi Martellotta

«Alle elezioni amministrative non siamo mai andati così male». «Il Partito democratico è il primo partito d’Italia». Si gioca tra questi due estremi, l’ecatombe dei Cinque Stelle e l’exploit del Partito Democratico alle amministrative del 12 giugno, la partita che si sta consumando in casa giallo-rossa, ovvero le diatribe interne tra i grillini e le divisioni che, almeno in Puglia, si risvegliano nelle fila Dem tra il partito degli «ortodossi» e quello degli «emilianisti». Cominciamo dai grillini. Di Maio e Conte, come noto, sono alla resa dei conti finale e a rimetterci nella disfida interna potrebbe essere proprio il ministro degli Esteri, sino a due anni fa indiscusso capo politico del Movimento. Un paradosso anche questo: eletto in Parlamento e ministro in ben tre governi (tutti nati, beninteso, senza passare dalle urne), diventerebbe un «esiliato» del Movimento che ha contribuito a fondare, insieme a Grillo e Di Battista, mentre vi resterebbe a capo chi un seggio in Parlamento nemmeno ce l’ha, l'ex premier Conte. Col risultato che uno dei partiti che ha espresso il governo Draghi perderebbe il suo rappresentante più importante nell’Esecutivo e resterebbe guidato da colui che, almeno sulla guerra in Ucraina, è il più fiero oppositore di quello stesso Governo.

Che dire del Pd? Fedele da sempre alla linea di Tafazzi, il celebre personaggio di Aldo, Giovanni e Giacomo che si prendeva a bottigliate sulle parti basse, proprio nel momento in cui torna ad essere primo partito nei Comuni e a riconquistare quei territori che aveva perduto alle amministrative 2018, si divide in Puglia sulle strategie: alleanze con altri partiti per seguire quel progetto di campo largo più volte evocato dal leader nazionale Letta o patto con le civiche (a prescindere dalle idee e dalle culture politiche che portano) come professato dal leader regionale Emiliano? In entrambi i casi, quello dei grillini e quello dei Dem, scontri a microfoni aperti senza peli sulla lingua (al punto da diventare virali sui social) ma anche guerriglie sottotraccia senza sconti per l’avversario interno. Come quella ingaggiata da Di Maio contro Conte nel tribunale di Napoli (dove un pezzo del partito ha provato a far cadere la leadership politica affidata all’ex premier). Battaglia che doveva «espellere» Conte e che invece, oggi, vedrebbe espulso proprio Di Maio. Quanto ai Dem, se i grillini sono ormai fuori gioco dai ballottaggi di domenica prossima, portato a casa quel misero 3% di consensi che ha visto cadere in tutti i comuni anche i loro sindaci uscenti, per i Tafazzi del Pd è davvero curioso assistere alle beghe a pochi giorni dalla sfida finale, quella con cui dovrebbero suggellare il primato tra i partiti nazionali e la risalita in tutti i territori. A Barletta, infatti, in queste ore non si risparmiano colpi le due anime del Pd (quella di Caracciolo che ha fatto cadere la giunta Cannito, oggi ricandidato con il centrodestra, e quella di Mennea, che continua ad attribuire all'altra le colpe dell'insuccesso al primo turno con Scommegna). E che dire di Bitonto, dove si è arrivati al paradosso che il partito del governatore, il Pd, sosteneva il candidato sindaco del centrosinistra e la civica dello stesso governatore sosteneva il candidato del centrodestra, risultato sconfitto?

Si diceva dei grillini. Ovvero di un Movimento rimasto prima forza parlamentare ma che oggi nel Paese «reale» si ritrova a fare i conti con percentuali da prefisso telefonico, dilaniato com’è tra i «nostalgici» della prima ora (quelli rimasti, perché un pezzo ha già preferito seguire Di Battista fuori dal partito), oggi al seguito di Conte, e gli «istituzionali» (quelli che hanno occupato tutte le poltrone possibili dell’arco costituzionale e non ci stanno a mollarle per tornare agli albori), al seguito di Di Maio. Diversamente dal Pd, almeno in Puglia i Cinque Stelle appaiono tutti «accasati» sotto il manto giallo-rosso. Cioè, la scelta tra le poltrone e il movimentismo all’opposizione l’hanno fatta da tempo, preferendo le poltrone offerte da Emiliano (sono nel governo e a capo delle istituzioni regionali). Ma a Roma è tutta un’altra musica e il rischio è davvero che l’atomo del partito precipiti in una scissione.

In questo, va detto, i Tafazzi dem sono almeno più accorsati. Se le suonano di santa ragione, ma il più delle volte dinanzi alla chiamata alle armi si ricompongono. E finché il «civista» Emiliano sarà il leader più suffragato in Puglia e la sinistra vendoliana resterà evaporata, anche gli «ortodossi» Pd si guarderanno bene dal combatterlo. A costo di doversi digerire qualche strigliata pubblica («salottieri radical chic») e qualche cooptato da destra ai vertici della Regione.

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