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Ora l'Italia faccia davvero le riforme necessarie a vincere la sfida sui mercati

Ora l'Italia faccia davvero le riforme necessarie a vincere la sfida sui mercati

Il PNRR è lo strumento per rafforzare nei mercati l’idea di una ritrovata serietà italiana

16 Giugno 2022

Salvatore Rossi

Comincia con questo articolo la collaborazione con la «Gazzetta» di Salvatore Rossi, attualmente Presidente di TIM, che ha trascorso gran parte della sua carriera in Banca d’Italia, fino a diventarne Direttore Generale. È nato a Bari, si è laureato in Matematica presso l’Università cittadina, che gli ha poi conferito una laurea honoris causa in Economia degli Intermediari Finanziari

La politica monetaria moderna si basa sulle aspettative dei mercati. Comunicarla bene è importante quanto farla bene. Il cambio di direzione di quella europea, annunciato la scorsa settimana, lo dimostra con evidenza. La Banca Centrale Europea ha parlato, per bocca della sua presidente Christine Lagarde, e sui mercati è scoppiato il finimondo: Borse crollate e, soprattutto, spreads in aumento.

La nuova politica era quindi totalmente inattesa? No. Che la BCE cominciasse timidamente a innalzare i tassi d’interesse e sospendesse gli acquisti di nuovi titoli di Stato era largamente atteso, da mesi. Ma i mercati si aspettavano un altro annuncio, il lancio di un qualche altro dispositivo di tutela dei titoli pubblici degli Stati più fragili a cui la stessa Lagarde aveva accennato settimane prima, pur senza entrare in dettagli. Invece niente. È evidente che è stato commesso un errore di comunicazione, o prima o dopo. A cui la BCE ha provato oggi a riparare con una riunione straordinaria del suo Consiglio Direttivo che ha dato notizia di lavori accelerati per creare il nuovo strumento. La mossa non pare avere convinto i mercati.

Fin qui il racconto superficiale degli avvenimenti. Cerchiamo di andare un po’ più a fondo per capire le dinamiche in gioco. Semplificando all’estremo, la politica monetaria consiste nel mantenere nell’economia una quantità di mezzi di pagamento liquidi grosso modo proporzionale alla quantità di merci e servizi scambiati. Perché così facendo i prezzi rimangono nell’insieme stabili. Quindi si prevengono due fenomeni entrambi perniciosi per l’equilibrio sociale, l’inflazione (quando tutti i prezzi tendono a salire seminando iniquità nel corpo sociale) e la deflazione (quando tendono a scendere e l’economia si avvita in un gorgo depressivo). Il compito di regolare la liquidità in circolazione è affidato da almeno un secolo alle banche centrali, ritenute indipendenti da pressioni politiche, le quali lo assolvono convenzionalmente con lo strumento dei tassi d’interesse a brevissimo termine: innalzandoli quando si vuole ridurre la liquidità, abbassandoli quando la si vuole espandere.

Nell’area dell’euro il compito è della Banca Centrale Europea, che fronteggia però una difficoltà ulteriore rispetto, ad esempio, alla Fed americana o alla Banca del Giappone: l’euro. L’euro è il segno monetario comune non di uno Stato unitario, ma di un gruppo di Stati eterogenei, indipendenti, ciascuno col suo elettorato, il suo governo, le sue politiche, a parte quella monetaria che è congiunta. Gli Stati emettono propri titoli di debito, che vendono ai risparmiatori di tutto il mondo. Il valore dei titoli nel tempo dipende dalla solidità percepita di chi li emette. Se l’emittente è ritenuto fragile, ad esempio perché pratica una politica di bilancio da cicala anziché da formica, i compratori dei titoli chiederanno un rendimento proporzionale al rischio di subire delle perdite nel momento in cui vogliano rivendere quei titoli. Il famigerato spread che colpisce i titoli italiani non è altro che questo, il sovrappiù di rendimento che i risparmiatori chiedono per essere compensati del rischio di perdite.

Perché l’euro è un problema per la BCE? Perché riaffiora ogni tanto il sospetto che un paese fragile possa abbandonarlo, o essere costretto ad abbandonarlo, ripristinando la sua valuta nazionale, che però si deprezzerebbe istantaneamente nei confronti dell’euro, abbattendo il valore in euro dei titoli di debito di quello Stato.

L’euro alla sua nascita fu proclamato indissolubile. Per la BCE la «rottura» dell’euro è intollerabile, l’euro è la sua stessa ragion d’essere, da qui il whatever it takes di Mario Draghi pronunciato dieci anni fa (la BCE difenderà l’integrità dell’euro a qualunque costo). Una banca centrale può creare denaro dal nulla e se lo usa per acquistare titoli pubblici di Stati dell’area può farlo teoricamente all’infinito, quindi qualunque speculatore che scommetta sulla fuoriuscita di un paese è destinato a perdere di fronte a un avversario la cui potenza di fuoco è infinita. Infatti nel 2012, dopo che il Presidente della BCE ebbe pronunciato quelle parole magiche, tutte le tensioni altrettanto magicamente scomparvero, perché nessun essere raziocinante si metterebbe contro una banca centrale credibile. Ma dopo la delusione indotta nei mercati dal silenzio di Christine Lagarde è ricomparso lo spettro di una possibile, ancorché estremamente improbabile, rottura dell’euro non contrastata dalla Banca centrale.

Questo spettro, tuttavia, non può essere tenuto lontano ad libitum dal solo scudo della banca centrale, a un certo punto bisogna che sia affrontato il problema di fondo, cioè la fragilità finanziaria percepita di alcuni Stati. Prendiamo l’Italia. Per decenni gli investitori finanziari hanno ritenuto che il bilancio pubblico italiano fosse mal governato, troppe spese e non orientate a favorire la crescita economica, troppe tasse ma non abbastanza da impedire un aumento esponenziale del debito. Per chi compra il debito di uno Stato non c’è niente di peggio che vederne il bilancio fuori controllo. La pandemia ha segnato una svolta in questo convincimento: se è vero che il bilancio pubblico ha dovuto fare uno sforzo straordinario per tenere a galla l’economia, si è diffusa l’idea che l’Italia si fosse avviata su una strada di serietà, col successo della campagna vaccinale, con la capacità di soddisfare le richieste europee per beneficiare degli ingentissimi fondi del Next Generation EU. Fra queste richieste vi sono, ricordiamolo, riforme normative, nella giustizia, nell’istruzione, per orientare il Paese verso lo sviluppo economico. Il PNRR è lo strumento, oltre che per convogliare questi fondi, per rafforzare nei mercati l’idea di una ritrovata serietà italiana. Questa è la strada maestra, percorrendo la quale la mano protettiva della BCE diviene sempre meno necessaria.

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