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L'ANALISI

Classe politica inadeguata e società civile seduta, così il Sud non decolla

Classe politica inadeguata e società civile seduta, così il Sud non decolla

Il sociologo premio Nobel indiano Amartya Sen

L’uomo è figlio del suo contesto, ha insegnato il sociologo premio Nobel indiano Amartya Sen

10 Giugno 2022

Lino Patruno

Più scontato del solleone d’agosto. Scontata è la signora che interviene alla fine dell’incontro pubblico sul Sud, dibattito o libro che sia. Tu cerchi di far capire che il Sud deve smetterla di auto-processarsi continuamente per i suoi mali, quando la signora si alza: «Eh, ma è tutta colpa nostra». Signora, se ce lo diceva all’inizio evitavamo di farci questa sudata. Signora tipo clone, sembra sempre la stessa, antropologicamente modellata sulla specie sconfittismo, dolorismo, perditismo, sfortunismo meridionale. Signora purtroppo simbolo della società civile del Sud.

Ha ragione il direttore Iarussi quando scrive che senza un sogno non c’è riscatto del Sud. Magari non siamo del tutto convinti che per il Sud non ci sia più nulla da fare. Ma non facciamo nulla come se lo fossimo. Sud per il quale, non essendoci più nulla da fare, allora non si faccia niente. Sud causa persa. Un elemento del paesaggio immutabile come una sentenza definitiva. Così è e così deve andare. Da qualche parte va meglio, da qualche altra peggio. Ma fatalismo che è l’alibi dei mediocri. O degli opportunisti. Inesorabile come la signora-boomerang è il refrain: ma le classi politiche cosa stanno a fare? Tutta (rieccoci) colpa loro. E i forbiti fondi sui giornali: al Sud serve una classe politica. Come raccogliere l’acqua con un pettine. O come quelle squadre che, non sapendo andare avanti, passano la palla indietro: dai, veditela tu. E la mosca riprende a battere sul vetro. Ora è vero (grande De André) che dal fango può nascere un fiore. Ma è anche vero che in Burundi (con tutto il rispetto) difficilmente può spuntare uno scienziato. L’uomo è figlio del suo contesto, ha insegnato il sociologo premio Nobel indiano Amartya Sen. Cambiagli il contesto e troverai al Nord il meridionale efficiente al quale dicono (fra sorpresa e razzismo): tu non sembri meridionale. E poi classe dirigente non è solo classe politica. È anche imprenditoria, sindacati, università, associazionismo, banche, giornali (perché no). Dove puoi anche trovare eccellenza. Ma è più probabile che trovi un livello generale quasi sempre vittima dell’incompleto sviluppo. Un livello culturale che sconta l’insufficiente filiera dagli asili nido alle università. Che parte dagli scarsi mezzi e arriva alle scarse occasioni.

Insomma bisogna distinguere la cause dagli effetti. Ma la classe politica no, deve essere al disopra. Ammesso e non concesso che recluti i migliori. Dovrebbe essere migliore perché rappresenta tutti. Dovrebbe. In un Paese in cui nel settore non trovi aquile neanche in montagna. E classe politica che gestisce soprattutto un bisogno creato dalla iniquità dello Stato, non da chi lo subisce (vero, signora?). E di fronte al bisogno, è più probabile che le si chieda di far arrivare un sussidio più che una strada. Domanda individuale più che collettiva. Se bisogna salvarsi, ciascuno ci prova da solo. La trappola dei vinti e dei subordinati. La trappola della sopravvivenza più che della vita. Sono politici scelti più per maneggiare che per fare i manager. Destinati. Per fare arrivare da Roma, non essendoci a sufficienza di locale. Non mancando però chi estrae di proprio dalle risorse di tutti, per conto personale o dei clienti. E politici che servono il loro partito più che il loro popolo o il loro territorio, cioè il Sud (l’unico sindacato territoriale è stato finora la Lega Nord, che ha spaccato l’Italia). Ma mai, mai che la cosiddetta società civile abbia chiesto prima del voto: cosa farai per il Sud? Chiedendo più probabilmente un posto di lavoro per il figlio. Appunto la trappola del sottosviluppo. E mai che la società civile abbia fatto sentire il fiato sul collo a quella politica.
Anzi: quando il candidato è stato scelto nella società civile, spesso ha deluso. Allora dopo il sogno serve la mobilitazione. Partendo dalla convinzione che al Sud, nonostante tutto, si può. Come del resto tanto Sud conferma (e insegna a tutti). Mai una dimostrazione, mai uno che si sia incatenato a una inferriata, mai uno sciopero della fame, mai una piazzata. Per chi? Non per il posto a me. Ma per il Sud. Dopo di che potrà venire il posto a me a agli altri. Società civile rassegnata e seduta. E se continua così, si emigra. Il male oscuro.

Non contano molto i politici del Sud laddove si decide: minoritari, divisi, considerati col cappello in mano. Anzi dai a loro le colpe e nascondi quelle dello Stato che affama il Sud. Ma c’è chi si è chiesto perché i presidenti delle Regioni del Sud non abbiano mai abbandonato tutti insieme i luoghi istituzionali in cui si decidono le iniquità contro il Sud. Gesti da titoli sui giornali. A poco prezzo, ma probabilmente ad alto rendimento. Sapendo che nulla è perso per il Sud, anzi, altrimenti è persa l’Italia. Ma anche la signora di cui sopra deve finirla di battersi il petto. Il rimpiattino non è un gioco da grandi.

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