Sabato 02 Luglio 2022 | 16:16

In Puglia e Basilicata

La riflessione

Si fa presto a sbandierare il salario minimo, qui dobbiamo crescere tutti

Si fa presto a sbandierare  il salario minimo, qui dobbiamo crescere tutti

08 Giugno 2022

Guido Gentili

Arriva il salario minimo europeo, l’Unione si è svegliata. Consiglio, Parlamento e Commissione – che aveva presentato la proposta nell’ottobre 2020 - si sono messi d’accordo. Mancano ancora tre passaggi formali e poi sarà nella «Gazzetta Ufficiale». E dunque sarà legge presto. Bene, ma che significa?

È tutto oro quello che riluce e che traspare da tante dichiarazioni entusiaste? Davvero possiamo pensare, qui in Italia, che l’introduzione del salario minimo sia il toccasana per assicurare d’un colpo paghe dignitose, combattere la piaga dei bassi salari e contrastare l’inflazione che erode il potere d’acquisto delle famiglie?

Intanto c’è da chiarire che la nuova direttiva europea non obbliga nessuno dei sei Paesi che ancora ne sono sprovvisti a introdurlo. L’Italia, assieme a Finlandia, Austria, Danimarca, Cipro e Svezia, non ce l’ha. La direttiva è vincolante solo sul principio di un «salario dignitoso» e sul rafforzamento della contrattazione collettiva, e i Paesi europei hanno due anni di tempo per adottarla. Tra i 21 Paesi che hanno già fissato per legge un salario minimo le differenze sono ampie. Si passa dalla vetta del Lussemburgo (oltre 2.000 euro mese) al gradino più basso della Bulgaria (332 euro mese). La Germania è a 1.621 euro e sta portando il salario minimo orario a 12 euro.

Per l’Italia, dove tra le parti sociali è tuttora forte la difesa della contrattazione nazionale (e aziendale, anch’essa molto sviluppata) e dell’autonomia di sindacati e imprese, si discute su una cifra media intorno ai 9 euro l’ora. La politica, con un occhio sempre aperto sulle scadenze elettorali, è sul punto in gran fermento interventista. 

Il M5S è in prima linea: dal ministro per le Politiche agricole Patuanelli, che parla di una «riforma di civiltà» da approvare subito, al leader del Movimento Conte che indica le «paghe da fame da 3-4 euro lordi l’ora». E sul fronte opposto, contrario com’è al Reddito di cittadinanza, preme ora anche Renzi, che chiede un salario minimo orario di 9-10 euro.

Tuttavia, come messo in evidenza dal giuslavorista Michele Tiraboschi, allievo e erede del pensiero di Marco Biagi, gli standard contrattuali italiani, cifre alla mano, dicono anche altro. E cioè che per la stragrande maggioranza dei settori contrattuali censiti i trattamenti minimi sono già superiori o intorno ai 9 euro. E cosa farebbe, con la nuova legge, una media impresa che oggi paga più di 7/9 euro? Magari, potrebbe decidere di abbandonare il sistema di contrattazione collettiva e di rappresentanza, limitandosi ad applicare solo la tariffa legale oraria.
Non è che il problema, si chiede Tiraboschi, sono piuttosto «il lavoro in nero, gli stage, il lavoro occasionale, i finti lavoratori autonomi?».

Insomma, quella vastissima area di precariato e di lavoro povero che non è «scudata» dal salario minimo, applicato solo per i dipendenti. È qui che la direttiva europea può spingere, molto opportunamente, per colmare i buchi neri (e nerissimi al Sud) del mercato del lavoro.
Quanto alla «questione salariale», ritornata di stretta attualità a causa dell’inflazione arrembante, il salario minimo orario dice poco e può fare nulla. Che i salari italiani siano strutturalmente bassi è un dato oggettivo. Che siano di molto inferiori a quelli di Francia e Germania è assodato e certificato dall’ormai famosa tabella dell’Ocse che fa vedere come dal 1990 a oggi il salario medio italiano è sceso del 2,9% a fronte di un aumento di più del 30% di Germania e Francia.

Come si alzano? Atteso che non si può tornare indietro, all’epoca del salario «variabile indipendente» e della scala mobile, l’unica strada possibile è quella che incrocia gli aumenti della produttività. Che risulta stagnante dal 1990 a oggi e che è alla radice della mancata crescita italiana sulla quale è puntata la scommessa del PNRR.

Qui le parti sociali sono indietro, e non a caso il Governo Draghi torna a riproporre l’idea di un Patto sociale sul modello «metodo Ciampi» del 1993 per la politica dei redditi (Gazzetta del Mezzogiorno, 3 marzo 2022). Come ha detto il presidente della Corte Costituzionale, Giuliano Amato a La Stampa, la «crescita salariale non è una responsabilità dello Stato» e «chi è parte dell’economia reale ha la responsabilità di una crescita adeguata dei redditi di tutti».

Il Governo può fare molto, ma non si può scaricare sulla finanza pubblica l’onere del riaggiustamento salariale. Altrimenti, la contrattazione che sindacati e imprese – giustamente - difendono, che ci sta a fare?

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento:

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400

Carica altre news...

 

PODCAST

 

PRIMO PIANO

 
 
 
 
- News dai Territori -
 
Editrice del Mezzogiorno srl - Partita IVA n. 08600270725