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La sconfitta della ragione, ma 30 anni dopo Falcone dobbiamo guardare avanti

La sconfitta della ragione, ma 30 anni dopo Falcone dobbiamo guardare avanti

La strage di Capaci può essere l’occasione per ripensare a quale fosse il volto del Mezzogiorno al tempo in cui accadde, e come esso si sia potenzialmente modificato

24 Maggio 2022

Giuseppe Lupo

La strage di Capaci può essere l’occasione per ripensare a quale fosse il volto del Mezzogiorno trent’anni fa, al tempo in cui accadde, e come esso si sia potenzialmente modificato. All’epoca prevaleva una chiave di lettura che identificava il Sud con la nozione di un abisso. L’inferno si intitolava un libro pubblicato da Giorgio Bocca proprio in quel 1992 e in effetti, quando in Tv passarono le immagini del groviglio di auto, catrame e guardrail nel punto esatto dove la bomba fece saltare in aria il pezzo di autostrada dall’aeroporto di Punta Raisi e Palermo, fu un gioco facile indovinare l’aspetto iconico di un mondo sotterraneo, nero e mortale, che usciva improvvisamente allo scoperto, a rivelarci un volto di cui non eravamo forse tanto convinti.

Chiunque fosse di origine meridionale viveva nella contraddizione della Storia: da un lato assisteva con entusiasmo a quel che era capitato ai dirimpettai di noi occidentali – la caduta del Muro di Berlino, l’implosione dell’ex Unione Sovietica, il completamento di quel processo di riforme, incentivato da Gorbaciov – e dall’altro ripiombava nella condizione di caos primordiale che si manifestava attraverso la violenza mafiosa di quell’evento, ma che Leonardo Sciascia aveva stigmatizzato in termini fortemente morali secondo l’idea di una «continua sconfitta della ragione».

Anche di fronte alla strage di Capaci assistevamo all’ennesima sconfitta della ragione, di cui Sciascia si era fatto profeta nella prefazione a Le parrocchie di Regalpetra (1967) e la sensazione di un destino ineluttabile, il timore che da quel grumo di materia oscura, venuto improvvisamente a frapporsi tra noi e l’auspicato procedere di un Mezzogiorno sulla via della modernità, sorgesse un muro invalicabile che non solo rendeva incerto qualsiasi domani, ma ripristinava il diritto di credere nell’avvento del buio, come se l’intelligenza della Storia splendesse altrove, nella nuova Russia come nella nuova Europa che si andava perfezionando, altrove ma non lì, a Capaci o nel resto di quel Sud infernale, di cui Capaci si ergeva involontariamente a interpretare il ruolo di piccola capitale.

Quanto rimane di quel giorno, al di là della facile ma superficiale consuetudine all’emotività che i social media hanno incentivato (all’epoca non esistevano, oggi sì), facendo diventare iconico il volto di Giovanni Falcone, al di là dei continui moniti a non dimenticare – era questa l’espressione più in uso nelle manifestazioni ufficiali che si sono ripetute nei successivi trent’anni – resta la sensazione che dall’inferno della criminalità organizzata il Mezzogiorno sia riuscito a staccarsi, si spera definitivamente. Si può dare per acquisito, dunque, che quella di Falcone e di chi era con lui (gli uomini della scorta, la sua compagna Francesca Morvillo), quella di Pietro Borsellino non siano state morti inutili. Tuttavia ciò non può essere sufficiente sia per ragioni di ordine generale – non è più vero (o forse non lo è mai stato) che la Storia sia maestra, altrimenti come ci spiegheremmo l’invasione dell’Ucraina –, sia perché le regioni meridionali permangono in una condizione di confusione che, anche se non presenta più tratti comuni con l’immagine del labirinto infernale, di sicuro non ha ancora realizzato la vittoria della ragione, tanto attesa da Sciascia.

Dopo il braccio di forza che è stata la morte di Falcone (e Borsellino), occorre interrogarci su cosa ancora manchi al Mezzogiorno in termini di opportunità, a completamento di quel processo di normalizzazione che restituirebbe dignità e civiltà a una terra fortemente problematica. Proprio l’esempio di Falcone dovrebbe indurre a riflettere su quali strumenti adoperare, a cominciare da quella che emerge a prima vista: non la chiacchiera che riempie di slogan lo spazio di una trasmissione televisiva, ma il rigore di una metodologia a bassa voce, l’affidabilità di chi crede nelle leggi e negli uomini.
Torniamo all’antico problema delle classi dirigenti, al ruolo che esse hanno recitato in passato, agli errori che hanno commesso e per i quali Falcone ha perso la vita. Torniamo cioè a quel tema di sempre che mette in collegamento cultura e legalità, civiltà della conoscenza e progresso. Potrebbe sembrare un paradosso ma, se c’è un esercizio utile che il Mezzogiorno dovrebbe compiere, non dovrà essere più quello di avere lo sguardo rivolto al passato nell’illusione di trovare in esso le ragioni per sentirsi perfettamente autentici e perfettamente identitari. La favola antropologica delle radici non è detto che sia la ricetta migliore da seguire in questa fase. Anzi, ragionando per assurdo, sarebbe più conveniente rompere gli indugi e uscire dagli strati di una dialettalità morale e culturale, dai lacci che tengono legato ciascuno all’orizzonte di riferimento e lo costringono a mantenere fede a un universo di riferimenti decisamente non più coniugabili con il linguaggio del terzo millennio. A questo punto non solo la morte di Falcone avrà avuto l’effetto di sconfiggere la mafia, ma avrà contribuito anche a recuperare definitivamente il Mezzogiorno nella cornice di una civiltà democratica.

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