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In Puglia e Basilicata

L'analisi

Il referendum sulla giustizia test sulla fiducia

referendum costituzionale

In Puglia sono interessate 50 amministrazioni e in Basilicata 22. Si voterà dalle 7 alle 23 nella sola giornata di domenica.

20 Maggio 2022

Michele Partipilo

Il 12 giugno gli italiani torneranno alle urne per votare 5 referendum in materia di Giustizia. La consultazione è abbinata alle elezioni amministrative in 987 Comuni per rinnovare sindaci e Consigli. In Puglia sono interessate 50 amministrazioni e in Basilicata 22. Si voterà dalle 7 alle 23 nella sola giornata di domenica.

Le Amministrative, seppure ristrette a pochi Comuni e neppure tra i più importanti, saranno un minitest per capire gli umori politici dei cittadini. Le Comunali solitamente non sono significative sotto questo profilo, ma per partiti in eterna campagna elettorale ogni numero è buono per riaccendere un interesse. È come per quelle persone insicure che hanno un continuo bisogno di sentirsi approvate e lodate.

Il vero fronte dello scontro sarà rappresentato dai referendum. Cinque domande per abrogare altrettante norme sulla Giustizia. La più vituperata delle quali è la cosiddetta «Legge Severino»: prevede che chi venga condannato in via definitiva a più di due anni di carcere per reati di allarme sociale, contro la pubblica amministrazione e non colposi (per i quali è comunque prevista la reclusione) diventi incandidabile. La condanna definitiva per uno di questi stessi reati determina poi la decadenza dal mandato. Si tratta di uno dei quesiti più «caldi» che sta a cuore a parecchi aspiranti amministratori o parlamentari.

Al di là dei singoli quesiti abrogativi, è già cominciata la battaglia fra gli schieramenti per favorire o, sul fronte opposto, spegnere la voglia di andare alle urne. La Costituzione prevede infatti che nel caso di referendum che propongono l’abolizione di norme deve essere raggiunto un quorum, nel caso di specie una partecipazione al voto di almeno la metà più uno degli aventi diritto. Se questo non accade, il referendum è nullo e tutto rimane come prima.

Tale condizione è stata spesso utilizzata dai partiti come facile strumento per far fallire la consultazione popolare. Basta infatti silenziare l’avvenimento o invitare apertamente gli elettori «ad andare al mare», perché non si raggiunga il quorum. Ma nel giugno del 1991, nonostante l’invito balneare di Bettino Craxi, oltre 27 milioni di italiani andarono a votare scompaginando le previsioni della vigilia e avviando la fase discendente della parabola socialista. Nel giro di un anno sarebbe finita la Prima Repubblica. Oggi, nonostante un accresciuto risentimento popolare verso la magistratura, non sembrano esservi condizioni in grado di contrastare l’assenteismo elettorale. Gli scandali nel Csm o le numerose vicende di cronaca «made in Puglia» non hanno certo giovato alla causa delle toghe, che appaiono sempre meno in sintonia con il Paese reale quanto con i partiti, ma non basta. È ragionevole pensare che qualcuno tornerà a proporre l’abolizione del quorum per la validità dei referendum. Al di là dei tempi necessari, poiché si tratterebbe di varare una legge costituzionale, in epoca di fake news e di strapotere dei social è bene non scardinare una norma di grande saggezza voluta dai costituenti.

L’articolo 75 della nostra Carta fondamentale impedisce infatti che una minoranza possa decidere per tutti. Se non vi fosse il quorum – come accade per i referendum cosiddetti «confermativi» (articolo 138 della Costituzione) – un gruppo anche risicato di elettori potrebbe riuscire a cancellare leggi e modificare in maniera sensibile il nostro ordinamento. Un’ipotesi che se forse nel 1947 appariva remota, oggi sarebbe assai più probabile. Basta vedere quanto sono numerosi i sostenitori del no a tutto, tenuti insieme dalle teorie più astruse e fondate su elementi rigorosamente falsi oppure alterati con malizia e malafede.

Si dirà: gli Italiani si sono disamorati alle urne e quindi nessun referendum raggiungerà mai il quorum. Questo è vero per metà, nel senso che nella storia repubblicana molte consultazioni hanno abbondantemente superato l’asticella costituzionale del 50 per cento. Se poi le cabine elettorali si spopolano, il rimedio non sta certo nel cambiare o abolire le regole. È necessario un intervento diverso e più in profondità per riavvicinare la gente alla politica. Ma questa appare opera più impegnativa delle fatiche di Ercole, giacché alla corruzione e agli scandali, oggi si affianca l’incompetenza. Che cosa può legare un cittadino minimamente onesto e capace nel suo lavoro a un politico sensibile alle lusinghe di soldi e potere e impreparato pure con l’Italiano?

È nel campo delimitato da questi paletti che si gioca la partita della fiducia fra cittadini e suoi rappresentanti, fra cittadini e partiti. Un solco che si allarga, anziché ridursi. Tanto che da più parti si tenta di far passare come rimedio il ricorso alla cosiddetta democrazia diretta: io eleggo il presidente della Repubblica, io eleggo il presidente del Consiglio, io eleggo il presidente della Regione, io eleggo tutti. Nella situazione attuale di falsificazione dei fatti e del dominio della comunicazione il pur apparente principio libertario e democratico si rivelerebbe una sciagura. No, il quorum nei referendum resti e, se proprio falliranno, bisogna prendere atto della volontà popolare. Poiché anche disertare le urne costituisce espressione di voto.

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