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In Puglia e Basilicata

IL COMMENTO

Donne senza diritti nella Puglia degli asili negati

Donne senza diritti nella Puglia degli asili negati

Il PNRR e la corsa agli asili nido

Perché la nostra regione è stata carente nella presentazione di domande sulla prima infanzia nel PNRR? Serve un cambio di mentalità

15 Maggio 2022

Angela Stefania Bergantino

Non si sa cosa sia più orripilante delle dichiarazioni dell’imprenditrice della moda che stanno facendo tanto discutere. Se il fatto che assume solo donne che non hanno «problemi» di matrimonio, figli e divorzi, oppure l’affermazione che vuole solo donne dai quaranta in su perché, a questa età, possano lavorare «h24». Dimostrano un’arretratezza di pensiero, un ritardo culturale desolante, e il fatto che siano state pronunciate da una donna giovane è ancora più scoraggiante. Nell’Unione europea lavorano 74 uomini su 100 in età lavorativa e 63 donne. Se invece guardiamo al livello di istruzione, i rapporti si ribaltano: il 34% delle donne europee ha un titolo di studio terziario, contro il 29% degli uomini. In Italia il divario occupazionale si amplia considerevolmente: l’occupazione maschile è del 68%, quella femminile del 50%. Siamo al penultimo posto in Europa, prima del Lussemburgo (Fonte Eurostat, dati 2019). Oltre alla questione dell’accesso al mondo del lavoro rimane poi rilevante la questione del cosiddetto gap retributivo di genere, che continua a penalizzare fortemente le donne che riescono, nonostante tutto, ad essere impiegate. Quando le donne lavorano, guadagnano in media di meno: il 14,1% a parità di inquadramento.

Numerosi studi indicano un maggior benessere e un miglior funzionamento del sistema economico e del mercato del lavoro quando il coinvolgimento attivo delle donne cresce. La crescita del tasso di occupazione femminile, stando a questi studi, può rappresentare uno stimolo fortissimo alla crescita del Pil. È per questo che anche il PNRR inserisce la riduzione del gender gap tra gli interventi prioritari. Non si tratta di misure di nuova concezione, ma la conferma della rilevanza di interventi strutturali per incidere efficacemente. Da tempo, infatti, sono state individuate le misure che consentono di aumentare la percentuale di donne che non lavorano solo tra le mura domestiche. La disponibilità di asili nido è senza dubbio la prima, perché consente alle donne di contemperare famiglia e lavoro. La Puglia ha un posto-nido, pubblico o privato, per 19 bambini su 100 (Openpolis, dati 2021). Non è l’ultima tra le regioni meridionali, ma la sua offerta di servizi per la prima infanzia è ben distante da quella media italiana (26,9%) e dall’obiettivo europeo secondo cui ogni Stato membro deve garantire l’asilo nido o servizi per l’infanzia ad almeno il 33% dei bambini sotto i 3 anni.

Si è chiuso il 1° aprile il bando PNRR per gli asili nido, che è stato prorogato per permettere un maggiore afflusso delle domande, e le quattro regioni con più domande presentate sono state Campania (196), Lombardia (157), Lazio (138) e Calabria (137). Perché la Puglia non compare tra queste? La costruzione di nuovi asili nido e l’ampliamento dei servizi alla prima infanzia non potrà tuttavia nulla senza una evoluzione della mentalità con cui si guarda al lavoro femminile. In primo luogo da parte delle famiglie e delle donne, che spesso considerano negativamente non l’abbandonare un posto di lavoro per crescere i figli, bensì il fatto di affidarli ad un asilo nido. Tutte le indagini confermano invece che i bambini e le bambine che frequentano il nido hanno un bagaglio intellettivo e relazionale più efficace: avranno risultati scolastici migliori e prospettive di successo professionale nettamente più alte dei piccoli che passano la giornata con le madri e i nonni. In secondo luogo, devono fare un salto di mentalità anche gli imprenditori, le aziende, il mondo degli enti e delle istituzioni. La maternità deve essere considerata un investimento per il futuro del Paese e una donna giovane, che magari ha intenzione di far figli e mettere su casa, deve essere valorizzata come una risorsa e un arricchimento per l’azienda e per tutti. L’obiettivo di avere a disposizione i propri collaboratori «h24» andava bene nella rivoluzione industriale del Settecento, non porta da nessuna parte nel XXI secolo.

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