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In Puglia e Basilicata

La riflessione

L’Europa al tavolino di un caffè di Bari, con Kundera e Cassano

L’Europa al tavolino di un caffè di Bari, con Kundera e Cassano

Franco Cassano e Bari, la sua città

A Sud del grande scrittore ceco c'è un altro studioso, il «nostro» sociologo, che dagli anni '90 riflette sulla fine del comunismo e l’avvento della globalizzazione

15 Maggio 2022

Oscar Iarussi

Tutti al mare, in campagna o nel relax domestico, già ieri, per il weekend di fatto estivo visto il caldo e il sole (quanta luce!). Bari appariva semi-deserta alla «controra», nel primo pomeriggio, quando abbiamo fatto una tardiva pausa-panino all’esterno di un baretto nei pressi della nuova redazione. Al tavolo accanto tre operai edili ciascuno con la meritata birra dopo una giornata di lavoro (facciamo almeno due, birre). Davanti a noi, la cupola a cipolla della Chiesa Russa di corso Sicilia, ovvero corso Benedetto Croce, la cui memoria è connessa a Bari grazie al sodalizio con Laterza. Per la storica casa editrice il filosofo e «papa laico» della cultura italiana pubblicò, nel pieno della Seconda guerra mondiale, un breve saggio sulle radici della civiltà europea dal titolo divenuto proverbiale: Perché non possiamo non dirci "cristiani" (1942).

Un altro sommo intellettuale, il letterato cosmopolita George Steiner, ha scritto che non è difficile cogliere il cuore della nostra civiltà: «L’Europa è i suoi caffè, dove si conversa, si discute, si scrive; le sue vie e le sue piazze intitolate a poeti, artisti, scienziati; un luogo di memorie dove convivono l’eredità di Atene e quella di Gerusalemme». Steiner si poneva il problema di difendere tale patrimonio umanistico «dall’odio etnico, dallo sciovinismo nazionalista e dai regionalismi sfrenati», nonché dalla globalizzazione che tutto livella e omologa (Una certa idea d’Europa, Garzanti 2006). Insomma, l’Europa più che Bruxelles è un tavolino di corso Benedetto Croce con lo sguardo rapito dal verde smeraldo di una chiesa ortodossa, nel contempo esotica e familiare, intitolata naturalmente a San Nicola: «Il massimo di diversità nel minimo spazio». Troviamo questa frase appena citata in un prezioso volumetto uscito per Adelphi tre giorni fa, Un Occidente prigioniero o la tragedia dell’Europa centrale. Ne è autore il ceco Milan Kundera, oggi ultranovantenne, naturalizzato francese dopo essere fuggito a Parigi negli anni successivi alla fine della Primavera di Praga del 1968 (la seconda rivolta antisovietica, dopo la Rivoluzione ungherese del 1956).

Kundera diventò popolare in Italia anche grazie al titolo di un suo romanzo, L’insostenibile leggerezza dell’essere (1984) usato come «tormentone» da Roberto D’Agostino nel programma Quelli della notte di Renzo Arbore. Negli stessi anni scriveva un articolo per la rivista francese «Le Débat» che, insieme a un testo precedente, è confluito in Occidente prigioniero. Il libello colpisce al cuore l’attualità, parla dell’oggi: «L’Europa centrale voleva essere l’immagine condensata dell’Europa e della sua multiforme ricchezza, una piccola Europa ultraeuropea, modello in miniatura dell’Europa delle nazioni concepita sulla base di questa regola: il massimo di diversità nel minimo spazio. Come avrebbe potuto non inorridire di fronte alla Russia, che si fondava sulla regola opposta: il minimo della diversità nel massimo spazio?». Punto. Non v’è opinione che possiate ascoltare in Tv sull’invasione russa dell’Ucraina in grado di reggere il confronto con il lapidario passaggio di Kundera. Poco oltre, l’autore si fa una domanda e si dà una risposta, un po’ alla Marzullo ante litteram: «Ma il comunismo è la negazione della storia russa o piuttosto il suo coronamento? Senza dubbio è insieme la sua negazione (negazione della sua religiosità, per esempio) e il suo coronamento (coronamento delle sue tendenze centralizzatrici e dei suoi sogni imperiali)». Una fenomenologia di Vladimir Putin o quasi, scritta nel 1983, molto prima che il nuovo zar salisse al potere... Profezia? Diciamo: grande letteratura, sentimento identitario, acume intellettuale.

A sud di Kundera un altro studioso, il «nostro» Franco Cassano, sul farsi degli anni ‘90 comincia a riflettere riguardo alla fine del comunismo e l’avvento della globalizzazione. Al centro della sua analisi c’è l’Europa, monca senza una vivida relazione con il Mediterraneo su cui nacque (Atene e Gerusalemme). Cassano individua nel Mediterraneo una possibilità di ripensare la frontiera e di diluire la folle corsa allo sviluppo dell’Occidente, i cui esiti avremmo visto in seguito, dalla crisi finanziaria al cambiamento climatico globale. Il suo Pensiero meridiano (Laterza 1996) diventa un classico del nuovo Sud ma va ben al di là, come crediamo sarà messo in luce nell’articolato convegno che l’Università di Bari dedica a Cassano a un anno dalla scomparsa, da giovedì 19 a sabato 21 maggio. Anche nel «pensiero meridiano» v’è una inespressa dimensione «profetica», forse non a caso colta più dalla cultura cattolica che da quella marxista di cui Cassano era stato un esponente.
Sullo sfondo di un conflitto epocale oggi si torna a parlare - lo ha fatto il premier Mario Draghi al forum di Sorrento - del Mediterraneo e dell’Europa come della nostra stessa essenza. Allora, al posto del solito talk show ogni tanto un libro essenziale non guasta (facciamo almeno due, libri).

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