L’inflazione sta colpendo i pugliesi nel Sancta Sanctorum della pugliesità, il cibo. Stando all’ultima rilevazione Istat, infatti, a gennaio 2026 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, sono aumentati in media tutti i prezzi del +1%. Tra le divisioni di spesa che registrano dinamiche tendenziali di prezzo più marcate rispetto a questo indice generale, spicca proprio quella denominata «Prodotti alimentari e bevande analcoliche» che segna un aumento doppio, di poco superiore al 2%. Parliamo di “canestro” nel quale troviamo ciò proprio ciò che finisce sulle tavole degli italiani ogni giorno, generi alimentari come, ad esempio, il pane, la carne, i formaggi e le bevande analcoliche. Quindi l’incremento riguarda sia gli alimenti «lavorati» nell’ambito di un processo di trasformazione industriale (dai succhi di frutta, agli insaccati e ai surgelati), sia gli alimenti «non lavorati», ovvero non trasformati (come carne fresca, pesce fresco, frutta e verdura fresche).
A gennaio secondo Istat «sulla crescita dei prezzi al consumo pesa principalmente l’andamento dei prezzi degli Alimentari, non lavorati (+2,5%) e lavorati (+1,9%)».
I prezzi dei primi salgono del +2,5% «sostenuti principalmente da quelli di Carne, fresca, refrigerata o congelata (+6,7%), ma anche di Uova (+8,8%), di Frutta a guscio, con guscio o sgusciata (+4,5), di Legumi da granella verdi, freschi o refrigerati (+4,7%) e di Pesci, vivi, freschi, refrigerati o surgelati (+3,2%)».
In Puglia si segnala il picco di Bari e provincia che, nella divisione Prodotti alimentari e bevande analcoliche ha un tendenziale pari al +4%, cioè il doppio della media nazionale.
Un incremento che probabilmente ha il suo peso anche nella crescita addirittura del +6% della divisione «Servizi di ristoranti e servizi di alloggio» del Barese, a fronte di un +2% a livello nazionale.
Come è evidente, il problema dei picchi di caro-cibo è nella qualità stessa di questi beni essenziali. Se si può rinunciare al ristorante, non si può evitare di alimentarsi. Proprio questo è il punto con l’inflazione, manganello economico che si abbatte più duramente sui ceti più poveri. È una «tassa» perché riduce il potere d’acquisto di tutti i cittadini, rosicchia il valore reale di denaro e risparmi e - se non ci sono meccanismi di salvaguardia - erode la qualità della vita di chi può contare su pochi soldi e sui redditi fissi. Ed è «iniqua» poiché non colpisce tutti allo stesso modo.
Nella nostra esemplificazione, se una famiglia non andasse più al ristorante, potrebbe sottrarsi agli aumenti connessi. Però un nucleo familiare che deve fare i conti con la disoccupazione, con una pensione o un salario scarsi, molto probabilmente non mangia al ristorante già da mesi, da anni. Ha compresso al massimo le spese e potrà «tagliare» sul carrello della spesa soltanto entro un certo limite.
















