Tutti scelgono i prodotti biologici. Bar, ristoranti, hotel, la casalinga di Voghera. Non è un caso che il mercato «bio» sia in espansione, ovunque in Italia e soprattutto in Puglia, regione stabilmente seduta sul podio nazionale con una superficie agricola dedicata di oltre 318mila ettari (numeri di Ismea). Eppure, come ci informa il Crea - Consiglio per la ricerca in agricoltura - tanti produttori mollano il biologico per tornare al convenzionale. Perché? Il colpevole, in otto casi su dieci, ha un nome noto: burocrazia. Le aziende che scelgono il bio, infatti, sono costrette a sostenere fino al 30% in più di adempimenti amministrativi con tutto quello che significa in termini di costi aggiuntivi.
La realtà, come sempre, è più eloquente dei numeri. Prendiamo il caso di Mario Rossi, aspirante produttore bio. Come tutti gli imprenditori del settore è tenuto in partenza a una serie monumentale di scartoffie: partita Iva, Camera di Commercio, fascicolo aziendale, il quaderno di campagna, il contratto per la gestione dei rifiuti, patentini per ogni cosa, dagli attrezzi ai fitosanitari. E poi arriva il bio. Innanzitutto bisogna comunicare al Sian (Sistema informativo agricolo nazionale) l’inizio dell’attività e la scelta di produrre il biologico. Questo è il primo passo. Il secondo è stipulare un contratto con un organismo di controllo, uno dei tanti attivi nel nostro Paese, probabilmente l’unico al mondo in cui il controllato paga il controllore. Ma tant’è. A questo punto parte il periodo di «conversione», necessario per la disintossicazione della terra, delle falde, delle strutture arboree: è un limbo particolarmente oneroso, perché grava l’imprenditore di tutta la burocrazia del biologico senza permettergli di fregiarsi del logo. Superato il guado, ecco un’altra doppia incombenza: il Pap (programma annuale di produzione), da inviare ogni dodici mesi, e i certificati di conformità.
Finito? No, perché adesso arriva l’etichettatura con il tanto sospirato logo. Ma non è l’unica cosa che si aggiunge. Serve anche l’ente certificatore che è quello dell’ultimo passaggio. Se Mario Rossi fa tutto in casa, non c’è problema (si fa per dire). Ma se ad esempio, nel caso dell’olio, si serve di un frantoio esterno si apre un’altra partita con un altro ente che potrebbe avanzare qualsiasi tipo di obiezione sull’etichetta: questo carattere è troppo piccolo, qui va il maiuscolo e non il minuscolo, etc etc. Naturalmente, tutto questo dando per scontato che il Nostro abbia gli strumenti culturali, giuridici e informatici per fare tutto da solo senza avvalersi di un aiuto esterno che andrebbe pagato.
«Ora capisce perché tanti agricoltori abbandonano il regime biologico? È naturale che, a fronte di tanta burocrazia, qualcuno alzi le mani e sventoli bandiera bianca», commenta Rita Tamborrino, consigliera di ColdirettiBio, a cui dobbiamo la ricostruzione dei vari passaggi burocratici: «Si sono verificati anche casi qui in Puglia. Alcuni sono tornati al convenzionale oltre che per la burocrazia elefantiaca anche per tutte le difficoltà dovute all’impossibilità di usare sostanze chimiche. Noi andiamo in guerra con la fionda». Il caso di scuola è quello della gestione delle «malerbe». Il convenzionale se la cava con l’erbicida: spruzza e ciao. Fatica relativa, costi bassi. Chi si muove in regime di biologico, invece, deve utilizzare i mezzi: un lavoro che impiega più personale, ha tempi più lunghi, sconta incombenze di ammortamento e, sia detto per inciso, inquina pure. Per non parlare dell’obbligo di rotazione delle colture e della lotta agli agenti patogeni che, senza chimica, è quasi sempre persa in partenza con danni che a volte investono il 60% del raccolto. «Per questo - prosegue Tamborrino - il bio è anche motore di innovazione. Dobbiamo inventarcele tutte, dall’uso dei droni alle macchine intelligenti alle soluzioni alternative. E così facendo tutto il comparto progredisce».
Inutile dire che i regolamenti esposti finora arrivano da Bruxelles con l’Italia impegnata ad applicarli in modo rigidissimo. Il nostro è, come noto, il Paese con i più alti standard di sicurezza alimentare, da cui il problema della mancata «reciprocità», cioè della concorrenza sleale di prodotti che arrivano da nazioni dove gli standard sanitari, ambientali e sociali sono molto diversi. Il cambio di rotta, dunque, si dovrà concretizzare nell’Unione. Ma la catena parte molto prima. «Chiediamo innanzitutto alle istituzioni locali - incalza - a cominciare dal presidente Decaro e dall’assessore Paolicelli di fare pressione su Roma affinché faccia la voce grossa a Bruxelles». Ciò che si richiede non è la rinuncia ai controlli, ma la semplificazione: passaggi più snelli, riduzione del numero dei registri, uniformità delle etichettature, senza lasciar spazio ad obiezioni da Azzeccagarbugli.
L’altro capitolo, infine, è quello del «Marchio Italia», essenziale per spingere la promozione dei prodotti: «A breve dovrebbe esserci la chiusura - conclude Tamborrino -, come Coldiretti stiamo premendo tantissimo: servirà a certificare che la materia prima che stai acquistando non solo è biologica, ma anche italiana. Con tutto quello che significa in termini di sicurezza e qualità. Un grande passo in avanti a cui, speriamo, ne seguiranno altri».















