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L'INTERVISTA

Rosaria Scialpi: «A Taranto scrivere poesie è come resistere»

Rosaria Scialpi: «A Taranto scrivere poesie è come resistere»

La copertina della silloge di Rosaria Scialpi «Lembi di verità»

Il dialogo con l'autrice della prima silloge «Lembi di verità»: con la penna provo a rispondere agli interrogativi, così nasce la catarsi

08 Agosto 2022

Alessandro Salvatore

Rosaria Scialpi è una poetessa, ha pubblicato la sua prima opera che è una silloge nata nel suo rione, i Tamburi di Taranto, conosciuto per lo più per essere il quartiere «annerito» velenosamente dalle polveri del Siderurgico. La penna della ventiseienne scrittrice racconta la realtà attraverso una raccolta di epiche edita da L'Erudita dal titolo Lembi di verità.

"Delle verità non restano che lembi di lenzuola usurate": la colpa o il merito di chi è di questa società frastagliata Rosaria Scialpi?

«Per poter parlare di meriti o colpe è necessario analizzare il viaggio. La scrittura, così come la lettura, hanno, per me, sempre una chiave odeporica, di passaggio. La prima, nel caso di questa raccolta, è un viaggio introspettivo che inizia nelle risacche di acqua del mare interiore. Come i marinai insegnano, nuotare contro corrente, in questi casi, è solo controproducente. Bisogna, invece, muovere passi svelti parallelamente alla riva oppure, ancor meglio, scendere nel gorgo per poi poter finalmente uscire da questo turbinio di salsedine. Quando scrivo, così come quando leggo, raramente cerco risposte e verità. Non ho mai percepito la lettura come consolatio animi. D’altronde, gli imperativi categorici mi sono sempre apparsi inapplicabili agli umani. Piuttosto, scrittura e lettura si intrecciano e mi lanciano una sfida che accetto, consapevole - e felice - dei nuovi interrogativi che in me genereranno. So che potrei uscire da quella risacca debilitata, in prima istanza, ma, altrimenti non avrebbe senso tutto questo. Ciò non significa che la stesura di Lembi di verità non abbia avuto su di me, in minima parte, un effetto catartico. Anzi. Gli interrogativi non escludono la catarsi. Si sostentano, semmai, a vicenda. Ma, quindi, se rimangono interrogativi, se ne aprono sempre dei nuovi, figli e genitori di curiositas, possiamo pervenire a verità ultime e incontrovertibili? No. Ci restano, come recita il compimento da cui ha tratto la citazione, nonché quello da cui deriva il titolo dell'intera silloge, solo dei miseri lembi. Lembi di lenzuola usurate, per di più. Perché noi, umani-commedianti, a queste lenzuola ci aggrappiamo con le unghie in un lacerante attrito. In fondo, sapere che non vi possono essere verità definitive, immobili, cristallizzate nella forma, è lacerante e disorientante. Merito o colpa di una società frastagliata, mi chiedeva. Entrambi. Chi scrive, che lo faccia nel buio della sua camera o a bordo di un bus, schiacciati come sardine in una scatoletta, o in una piazza gremita di gente, partecipa sempre al mistero della vita. Non possiamo, anche quando vogliamo, rimanere avulsi dal contingente storico-sociale, al quale in qualche modo, siamo sempre chiamati a partecipare, a farci esseri politici. Se ci pensa, nemmeno l’uomo del sottosuolo dostoevskiano è estraneo a ciò che accade nella sua società e, inconsapevolmente e involontariamente, egli ne è partecipe nella ricerca di dialogo con Liza. Nessuno può davvero vivere in una torre d’avorio. Si influenza e ci si lascia influenzare sempre in questo girotondo di vite dai contorni frastagliati».

Rosaria Scialpi, dove abita la sua poesia? Qual è la terra da dove la estrae come un frutto ispido e maturo?

«La mia poesia, sarà banale dirlo, ma abita in me e alberga nelle notti di silenzi che portano venti di crisi - nel senso greco del termine, quindi di cambiamento -, nelle mie pagine e infine spero nell'animo di chi si appresta a leggerle. Nulla di ciò che scrivo mi è mai davvero estraneo. La mia poesia è frutto del mio cammino esperienziale, contrassegnato anche dalle letture che ho portato avanti, dagli scambi che con esse e con gli altri ho avuto, dalla dialettica dialogica e di reciproco scambio che con loro si è creata. Come me, essendo nata e avendo giaciuto nelle intercapedini della costruzione del mio io, di cui è in qualche modo proiezione, è melanconica, a volte ermetica, ispida, a tratti laconica e costantemente protesa al subbuglio».

Lei abita a Taranto, nel quartiere Tamburi, un coacervo di polveri industriali e gente, la poca che vi è rimasta, che resiste all’ombra di un "Drago" cattivo: lei combatte questo dramma sociale con la scrittura? E che verso la ispirerebbe questo scenario drammatico?

«La scrittura può essere un ottimo mezzo per rappresentare quanto accade in questa terra di nessuno. Esso è forse uno dei più temuti. Per diversi anni, ho realizzato, come inviata per un giornale pugliese, reportage e dossier dal mio campo di battaglia: il mio quartiere. Oggi, parlo ancora dalla trincea, ma senza la regolarità di un tempo, forse anche per una forma di tutela personale. Quel Drago, infatti, porta a intervistare persone che, di punto in bianco, vengono inghiottite dal suo fumo e scompaiono irrevocabilmente. Nel caso della raccolta, però, manca per scelta questa narrazione. Probabilmente, ma non invito chi ora ci legge a cercarla con spasmodico desiderio di vederci necessariamente altro, risiede nel “non detto”, trappola che la mente ci gioca mentre verghiamo le pagine. La penna dovrebbe scrivere solo ciò che noi le imponiamo, ma, talvolta, sa rendere il “non detto”, “il sepolto”, senza che chi la impugna se ne accorga. Lembi di verità è però un ripiegamento dell'Io su se stesso, la fuoriuscita di un bisogno impellente di comunicare attraverso l’innervarsi delle parole».

Ha visto Jack lo squartatore (è in un suo scritto) inghiottirsi il mondo, ma la poesia resta viva e tangibile, riesce a vivere di poesia?

«La poesia è voce, è dialogo estetico e in quanto tale non può perire. Si deve saperla cercare - non in termini di trascendenza, ma di osservazione dei risvolti esteriori e interiori -, tenderle l'orecchio, prestarle la propria voce. Tacere e impedire a questa voce di fuoriuscire è la negazione del sé, dell’io. Come è anche la negazione dell’altro. La poesia è dialogo. Dialogare, Bachtin e Ponzio insegnano, anche se in relazione ad altri generi, è un processo di immersione in sé, di accoglienza dell’altro da sé e infine di emersione del sé. Solo con il dialogo conosciamo il mondo - per quel che ci è concesso nella sua frammentarietà - e noi stessi. Se ci pensa, la sirenetta rinnega se stessa quando decide di abbandonare il suo mondo, di rendersene estranea, non solo allontanandosi, ma anche cedendo il suo vero mezzo di esplorazione: la voce. Questo, nella versione originale, la conduce alla morte. Quando rinasce, lo fa sì sotto nuova forma, ma dotata di voce. Di una voce sua, unica, ancestrale e irripetibile. Se le fiabe sono trasposizione di archetipi in narrazione, anche se questa è una fiaba autoriale e dalle tradizionali pertanto differisce, allora la sirenetta ci insegna a non spegnere la nostra voce, a mantenere quindi accesa la fiammella del dialogo. Abbandonare la voce poetica è un sacrificio inane e insano. Quindi della poesia, ponte dialogante, non posso che vivere. Ovviamente, non è un vivere inteso in senso economico e utilitaristico. Di scrittura, a parte forse in pochissimi casi, non si vive. Essa non dà pane. Certo, qui poi potrebbe aprirsi una grande parentesi su cosa sia la poesia in un Paese di poetanti e pochi poeti e poche poetesse, su chi dialoghi davvero e chi decida di andare a capo senza alcun criterio, ma è meglio rimandare ad altri tempi e altri lidi questo genere di conversazione».

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