il racconto

La nuvola e il contrabbasso

Letizia Cobaltini

La storia di un incontro a due. Ma chi dei due paga il caffè?

S’incomincia con due persone. L’ultima volta che li ho visti insieme stavano attorno a due tazzine di caffè seduti in un bar.
Una tazzina era un po’ malconcia, perché, il caffé s’era versato, due o tre gocce erano rimaste sul bancone, qualcuna era caduta sul portafoglio di lui.

L’altra era perfetta e piena, lei ci metteva di più a fare tutto, anche a bere il caffè, e poi, la maggior parte del tempo, stava a guardare, o meglio, a contemplare la vita.

La vita era tutta lì, appunto, dipinta, per quel pomeriggio, con loro che chiacchieravano nel bar.
Ma questa è una fiaba. E allora…c’era una volta…
Lei aveva un abito color panna, semplice, comodo, senza fronzoli, sedeva sulla scogliera proprio dove finiva il verde dell’erba.
Poteva stare lì per delle ore a parlare col vento.
Come una nuvola, passeggiava nel cielo dei suoi pensieri mentre seguiva il mare, che cantava canzoni assieme a lei.

Conosceva ogni ora del giorno, guidata dalla giostra del sole, e il tempo danzava spesso con lei per farle piacere. A volte sembrava aspettare le cose osservandole attentamente, accogliendo la luce del giorno e le stagioni, confondendosi nel buio della notte dopo essersi donata alle bizzarrie dell’universo.

La sua vita semplice era piuttosto instabile, sempre pronta ad adombrarsi per i discorsi rumoreggianti e pieni di lacrime tipici dei temporali. Allora si gonfiava e s’ingrigiva fino quasi al nero fra tuoni e lampi, tremante di paura. Ma di gran lunga, preferiva viaggiare con la prima luce del sole quando l’aria è foglio di cristallo, tersa e luccicante di rugiada. In certe mattine, invece, le piaceva rarefarsi, diventare un velo leggero di foschia per scendere a salutare i fiori ancora insonnoliti.

Non aveva l’abitudine di fare domande, era meglio saper rispondere, questo si, domandare era una cosa che faceva solo quando era indispensabile.
Era bella, almeno così lui le aveva detto, più volte, credo.
Lui era un viaggiatore terreno. Non ricordava di essere nato ma era consapevole della sua esistenza e in una tracolla portava tutti i suoi ricordi perché diceva: “ niente è più certo di quello che si è gia vissuto” .

Suonava, il ragazzo, una musica profonda e vera, lenta e rotonda, la musica del contrabbasso.
Il contrabbasso, ingombrante ed austero, appare poco incline alle conversazioni, misterioso, scuro ed altrettanto cupo, si mostra come uno strumento faticoso.
In realtà il contrabbasso sostiene spesso l’intera orchestra, i suoi accordi danno la giusta armonia a tutto il resto riempiendo gli spazi vuoti tra un tempo e l’altro di una sinfonia con un risuonare sonoro e confortante. La vibrazione che proviene dai suoi fianchi robusti conferisce la giusta malinconia alle note gravi capta l’attenzione rilasciando la sua voce profonda che parla da dentro.

Il senso della musica era il suo obiettivo. Ascoltare, per scioglierne le emozioni, tutte le dissonanze e gli acuti, i timbri caldi e avvolgenti, le note interrotte oppure sincopate come un grido strozzato, sottolineare le occasioni di gioia consolatoria e le lusinghe di fiati, viole e violoncelli, accondiscendere al canto d’amore dei violini con il tocco del suo abbraccio.
Portare il tempo era la sua principale occupazione.
Nella parola “tempo” si concentra una brulicante folla di significati diversi, lui se li portava appresso tutti e li ascoltava con pazienza e determinazione.

Un contrabbasso dagli occhi azzurri, e una nuvola, bella, avevano fatto amicizia.
Era infedele, così diceva, e, amando la musica, questa era una verità inconfutabile.
Sapeva concertare anche improvvisando, così senza spartito e facilmente andava appresso, ora alla viola o al violino, ora al flauto, ora al timpano. Accompagnava tutte le melodie e le dimenticava presto per far posto sempre all’ultima arrivata.

In realtà lui era fedele, a se stesso ed alla musica, solo che non l’aveva capito.
Lui, essendo un viaggiatore, dopo averla incontrata aveva proseguito il suo viaggio di musica e amore. Doveva rinnovare il patto con le stagioni e sottoscrivere il nuovo contratto, come ogni anno, per suonare nell’orchestra universale. I suoi viaggi erano ogni volta diversi e, per questo, non aveva l’abitudine di ritornare sui suoi passi.
Tuttavia, prima di andare, aveva ascoltato la voce di quella nuvola straordinaria ed essenziale, la melodia suggerita dai suoi movimenti improvvisi, dalla grazia e dalla vivacità dei suoi sbuffi.
La nuvola lo osservava andare via e, dal suo orizzonte, allungava lo sguardo molto, molto più in là.

Continuò ad andare su e giù per il cielo osservando popoli e correnti marine, sostando a farsi bella nella luce lunare, a volare in basso per giocare con gli alberi che, con le loro chiome, le facevano il solletico. Poi correva incontro al sole e si riscaldava illuminandosi.
Inseguì il viaggiatore nei suoi percorsi, nascondendosi per non farsi indovinare. lui alzava sovente gli occhi a scrutare il cielo, aveva - la testa fra le nuvole.-

In un altro taglio del tempo, frugando nelle sue cose, lui aveva ritrovato le note di lei, la nuvola seduta sulla scogliera, e aveva deciso di ritornare per suonare con lei sotto le stelle o, magari, dentro una fetta di luna.
Il contrabbasso scrisse per lei una sinfonia calda e profumata, imitando il suono dell’acqua di cui sono fatte le nuvole. Per essere sicuro, quasi infallibile, rifece la strada al contrario, capovolse le stagioni suonando in ordine inverso tutti i suoi viaggi per ricomporre l’atmosfera del primo incontro. L’impresa gli riuscì molto facilmente, non faticò, la partitura fu pronta in poco tempo.

Tutto è possibile, per la musica e l’amore.
Il tempo, del resto, governa la musica ed anche le nuvole.
Trovando il tempo giusto, lei avrebbe ascoltato il concerto, e lui era certo che le sarebbe piaciuto.

Non aveva idea, però, di come la nuvola potesse suonare con lui.
Le cose, si sa, avvengono in modo inusuale nei mondi incantati, ciò serve a nutrire la Fantasia, la Libertà e l’Immaginazione, fanciulle molto curiose e affamate di racconti.
La nuvola, fatta d’acqua vaporosa, e il contrabbasso, di legno scuro, stavano in attesa, l’incantesimo era già lì e abitava il tempo di quel pomeriggio, dilatandosi.
Lui, accordava il suono, la avvicinava, seguiva i suoi movimenti, provava a suonare la musica delle nuvole e dei colori del mare.
Lei lo guardava, lo proteggeva dal sole alto nel cielo, pensava che, così, all’ombra, il suono sarebbe stato più dolce.

Arrivarono al tramonto. Lei era vestita di tutti i colori dell’azzurro, del rosso e del viola, come i riflessi del sole che accarezza la terra. Lui aveva un contorno scuro disegnato dalla luce del crepuscolo.
L’ombra s’era allungata e le note erano molte, ora.
Suonava il viaggiatore, amava quel sogno, la nuvola era intorno a lui e danzava felice.

Alla fine del concerto, proprio sull’ultima nota, l’abito bianco di lei si dissolse in mille goccioline di pioggia sottilissima e lieve che dettero ristoro alla fronte sudata ed alle mani accaldate del viaggiatore terreno, ed insieme, alle corde del contrabbasso.
La luna era alta nel cielo, la notte e le sue fate concessero il giusto riposo.
Al mattino era ora di andare, lei era di spalle, sempre rivolta verso il mare, lo guardò, fino all’orizzonte, andare via e, forse, lo vide anche dimenticare.
Il viaggiatore capì, sapeva ora il suono di lei, seduta sulla scogliera, vestita come una nuvola.

La bellezza di quella pioggerellina argentea, sotto la luna, diventò, per lui, uno dei ricordi più preziosi e belli nella tracolla.
Musica e tempo avevano giocato ancora, due persone, una nuvola e un contrabbasso.
“E’ ora di tornare a casa!”, si dissero, salutandosi.
Chi dei due ha pagato il caffé, quel pomeriggio, è l’unica cosa che non dirò.

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