Lunedì 25 Gennaio 2021 | 16:00

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Covid in Puglia, altri 14 decessi e 954 nuovi casi ma con meno test effettuati (11%): 3mila morti dall'indizio pandemia. Due focolai nel Foggiano: 24 positivi

 
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I positivi dall’inizio dell’epidemia sono 16.892 (9,3%) fino al 14 agosto, 2.148 (12,7%), dal 15 agosto al 10 ottobre e 13.174 (78%) dall’11 ottobre a ieri

Covid, l'odissea di Daniela dal letto di ospedale

Il semaforo resta arancione. Il rosso non è scattato per volontà del Governo, nonostante la richiesta della Regione Puglia di ulteriori restrizioni in alcune province.

Se ne parlerà (di chiusure più circoscritte) in vista del prossimo Dpcm di dicembre, mentre vengono già messi in discussione i criteri per la suddivisione dell’Italia in zone. Gli indicatori della «analisi del rischio di epidemia non controllata e non gestibile» in questo momento sono 21, ma in sintesi la verifica di qualità del dato viene fatta su tre macro parametri: la probabilità di diffusione, la resilienza territoriale e l’impatto dell’epidemia.

Nel primo e nel secondo caso i dati risentono della difficoltà del tracciamento (ragione per la quale si dubita del colore attribuito alla nostra regione, se non altro in alcuni territori): con molti positivi non individuati le rilevazioni (aumento dei casi e dei focolai rispetto alla settimana precedente, tasso di riproduzione, tempi tra date di inizio dei sintomi e diagnosi, capacità di effettuare per tutti i nuovi casi una regolare indagine epidemiologica con ricerca dei contatti stretti) non possono certo essere aderenti alla realtà, considerando anche il numero insufficiente di risorse umane impiegate nel Dipartimento di prevenzione, cui si sta cercando di porre rimedio con i reclutamenti.

CURE In questo quadro, gli unici numeri certi sono le percentuali di occupazione dei posti letto in area medica e in terapia intensiva. Ma, a parte il grado di pressione nei presidi ospedalieri (per allentare la quale si sta cercando di potenziare la medicina territoriale, in modo da creare i presupposti per rientrare in futuro in area gialla), dal punto di vista della capacità di risposta terapeutica agli attacchi del virus è fondamentale comprendere l’efficacia delle cure ai ricoverati e i tempi entro cui i pazienti vengono dimessi. Non sono ancora disponibili i dati di quanti pazienti siano entrati e usciti dai reparti Covid in questa seconda ondata. Sappiamo solo che i posti letto sono continuamente in esaurimento, tanto da dover ampliare la rete Covid anche con l’allestimento di ospedali da campo. Indubbiamente c’è un superiore successo nel recupero dei pazienti, ma è anche certo sia che da ottobre in poi ci sia stato un aumento progressivo della necessità di ospedalizzazione sia che nella prima fase della seconda ondata si sia verificato un abbassamento dell’età dei malati ricoverati.

INDAGINE In una indagine del Policlinico, giunta alla fase conclusiva, sono stati messi a confronto i numeri della primavera scorsa, quando la nostra regione è stata tutto sommato solo lambita dal virus, e quelli successivi, sostanzialmente a partire dal 15 agosto (ultimo giorno delle aperture delle discoteche), da quando cioè si è avuta una recrudescenza. Si è concordi sul fatto che siano stati tre i fattori scatenanti nel tempo: il ritorno dei vacanzieri delle aree europee a rischio, le elezioni regionali e, soprattutto, l’apertura delle scuole. «Non parlerei di due ondate, ma di tre. O, se preferite, di due parti della seconda ondata - afferma Onofrio Resta, pneumologo semintensivista e docente dell’Università di Bari -. Tralasciando il periodo da marzo a maggio, la prima può essere delimitata dalle date 15 agosto-10 ottobre e la seconda dall’11 ottobre ad oggi, in cui c’è stato l’impatto di una maggiore circolazione del virus, favorita anche dalla mobilità conseguente alle aperture delle scuole (e non solo dai singoli contagi, comunque rilevanti), che ha colpito una popolazione molto simile per età, malattie associate e parametri biologici a quella della prima ondata. Non c’è dubbio, altresì, che nel periodo dopo Ferragosto la popolazione interessata sia stata più giovane (anche al di sotto dei 50-60 anni), col vantaggio di un minor interessamento di patologie associate e di una inferiore compromissione del settore vascolare, come dimostrano i dati in corso di pubblicazione.Ora siamo tornati sostanzialmente ai livelli di contagio della prima ondata, ma con un migliore approccio terapeutico. Stiamo infine lavorando con la professoressa Maria Pia Foschino, direttrice della Subintensiva degli Ospedali Riuniti di Foggia, per avere tutti i dati dell’utilità, rispetto al Covid, del grande impegno degli pneumologi pugliesi».

DATI - Pur con i miglioramenti del trattamento terapeutico, gli effetti tragici della attuale maggiore penetrazione del virus nella provincia di Bari sono dimostrabili considerando non tanto le cifre dei contagiati (tra l’altro sono appunto conosciuti solo quelli accertati), ma dei ricoveri e soprattutto dei decessi (l’altro elemento inconfutabile) con una letalità che, pur scendendo grazie alle cure, resta considerevole. Se i casi registrati dall’inizio dell’epidemia sono 16.892 (con questa distribuzione: 1.570, pari al 9,3%, fino al 14 agosto, 2.148, 12,7%, dal 15 agosto al 10 ottobre e 13.174, 78%, dall’11 ottobre a ieri), i morti, stando alle rilevazioni del Policlinico (confermate dall’Istat) e ai bollettini regionali, superano le 300 unità. Infatti, ai 154 morti accertati al 1° giugno (ma questo parziale, provenendo dall’azienda ospedaliero-universitaria contempla anche alcuni casi fuori provincia) vanno aggiunti 19 decessi dal 15 agosto al 10 ottobre e 164 dall’11 ottobre a ieri.

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