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La Bertè e la Berti: non è solo una vocale a separarle, ma storie e scelte stilistiche assolutamente agli antipodi eppure, nel loro essere l’alfa e l’omega di ciò che, in gara e non, si è ascoltato quest’anno a Sanremo, hanno un punto in comune che per assurdo le rende, se non dei modelli, dei punti di riferimento per la coerenza. Entrambe criticatissime per i look… estremi, come sempre irriverente Loredana, agghindata in stile TeleTirana Orietta, non hanno fatto altro che portare in scena se stesse e il proprio orgoglioso coraggio di resistere al tempo che passa senza scendere a compromessi.

Cominciamo dalla Bertè, 70 anni ben portati ad onta di un viso che, a ogni Festival di Sanremo, diventa sempre più largo: vestiti e colore dei capelli possono essere un’incognita a più varianti per la nostra Tina Turner di Bagnara Calabra, ma una cosa è certa: l’anima rock e trasgressiva, la grinta sfrontata sono quelle di sempre e la sua voce sa farsi grumosa, ringhiare come una pantera, dimostrando che il tempo non ha minimamente smussato quegli artigli musicali sempre capaci di fare a brandelli gli ascoltatori. E poco importa che quest’anno non fosse in gara: la sua apparizione nel corso della prima serata è stata una vera e propria lezione a molte giovani colleghe (e colleghi) sul significato più profondo dell’identità artistica.

Da parte sua, Orietta Galimberti da Cavriago, emiliana, merita una standing ovation e forse anche delle scuse, perché per troppi anni l’abbiamo liquidata associandola a Finché la barca va, liquidandola come un imbarazzante cimelio del passato. E invece no, dall’alto dei suoi settantasette anni (a quell’età potrebbe essere la nonna di almeno la metà dei concorrenti) ha dominato il palco dell’Ariston e l’orchestra senza nemmeno un attimo di defaillance: voce potente, sempre intonatissima e trasporto interpretativo di prim’ordine, frutto di un mestiere forgiatosi non solo e non tanto in televisione, quanto nei palcoscenici delle piazze estive o nelle serate per gli italiani all’estero, ovvero davanti a pubblici per niente disposti a perdonare gli errori e, meno che mai, i bluff.

La sua Quando ti sei innamorato è finita prevedibilmente in fondo alle classifiche provvisorie, ma è e resta una gran canzone, antica forse, ma forte di una bella melodia, scritta benissimo e arrangiata ancora meglio, con una scrittura che non fa impiego di effetti ed elettronica e che invece sa bene come far «cantare» tutta l’orchestra, a cominciare dagli archi. Una lezione anche la sua, di canto innanzitutto (ché di latrati ne abbiamo sentiti anche quest’anno) e di carattere: mettersi in gioco gareggiando alla sua età non è da tutti… a parte ovviamente Rita Pavone!

L’alfa e l’omega dicevamo, perché tanto Loredana quanto Orietta hanno mandato un messaggio chiaro fra le righe: il tempo può cambiare tante cose nel fisico, ma la coerenza artistica no, quella viene davanti a tutte e l’unico vezzo ammesso per restare al passo con i tempi, se proprio si deve, è un aiutino dall’acido ialuronico. E soprattutto, all’Ariston si va per cantare, perché le canzoni potranno anche non piacere, ma se la voce non c’è, non ci sono farfalline e altre provocazioni che reggano. La voce allora come metafora di sostanza, di contenuto capace di andare oltre la semplice forma. Ed è bello che, sia pure involontariamente, siano state proprio due donne a porre l’accento su questo aspetto. Un bel viatico in vista dell’8 marzo.

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