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«Tengo innanzitutto a precisare una cosa: parlo da uomo di spettacolo ed esprimo un’opinione che non è politica, nel senso cioè che questa pandemia non ha niente a che fare con la politica, ma con la salute degli italiani».
Per Renzo Arbore la premessa indispensabile: chiuso nel suo appartamento romano, lo showman foggiano ha scelto di riguardarsi «perché alla mia età (83 anni, ndr) devo stare attento, appartengo alla fascia più a rischio. Sono fifone? Ditelo pure, ma al punto in cui siamo arrivati dovremmo esserlo un po’ tutti, perché abbiamo a che fare con qualcosa di molto serio».

Arbore, il mondo dello spettacolo si trova per la seconda volta nel giro di pochi mesi a dover affrontare una chiusura forzata e c’è chi teme che molte realtà non riusciranno a sopravvivere. Pensa che quella del Governo sia stata la scelta giusta?
«In tutta sincerità penso che se il presidente del Consiglio, il nostro corregionale Conte, ha preso una decisione così grave, deve aver avuto le sue ragioni. Non può essere che, sapendo di esporsi alle critiche dell’opposizione, di grandi artisti come Riccardo Muti, dell’intera categoria degli operatori del nostro mondo, si agisca così gravemente senza un preciso motivo. Nessuno agisce contro il proprio interesse. E lo dico con la saggezza dei miei anni».

E quindi qual è la soluzione per evitare l’ineluttabile?
«Partiamo da un principio, al cinema, a teatro, il distanziamento ci può anche stare, magari provoca una sensazione strana negli spettatori, ma si supera. Nella musica invece no, perché la musica per sua stessa natura ha bisogno dei cosiddetti “assembramenti”. Mi è capitato di recente di andare a un concerto di Alex Britti e avere sedie vuote da entrambi i lati mi sembrava assurdo. Io credo che si debba insistere sull’indennizzo, sul “ristoro”, come lo chiamano i nostri governanti, per i musicisti che non lavorano. E non mi riferisco ai big, ai quali non manca di che vivere, ma a tutto quel mondo musicale fatto di “turnisti”, di tecnici, a quanti lavorano dietro le quinte. La mia Orchestra italiana, per fare un esempio, è formata da sedici musicisti, ma in totale dà da mangiare a quaranta famiglie, perché al nostro seguito si muovono anche dei lavoratori che non appaiono. Dopo la fine del lockdown sono riuscito a fare dieci concerti in Puglia, Sicilia, Basilicata e Campania: abbiamo lavorato tutti con le mascherine, correndo anche qualche rischio, ma i tecnici mi hanno fatto l’applauso».

Ha fatto prima l’esempio di Riccardo Muti: una voce prestigiosa e fuori dal coro, non crede?
«Muti sa bene che la musica è forse la più ignorata e ha levato la sua voce anche e soprattutto a favore delle orchestre, dei professori, non certo per se stesso. Molti però hanno taciuto e ne avrei volute sentire anche altre di voci importanti».

La sua è una di quelle. Quali umori coglie nel suo mondo, dai suoi colleghi?
«Quando la macchina si ferma, rallentano anche gli introiti, è ovvio e ognuno vive del poco che è riuscito a mettere da parte. In questo momento rinvangare gli errori del passato è un esercizio inutile, perché la pandemia non si controlla come si deve. Ci auguriamo tutti di riuscire a salvare almeno il Natale, ma la vera speranza sono i soldi dall’Europa: bisogna farseli dare e basta. Io, per parte mia, preferisco non guadagnare pur di aiutare i miei musicisti».

Intanto però la protesta monta nelle piazze e la tensione si taglia a fette.
«Non è il momento di opporsi con le manifestazioni di piazza. Mi spiace dirlo così brutalmente, ma quando sento le notizie delle proteste violente, penso che ci sia un cinquanta per cento di esasperati che non sanno come tirare avanti e un altro cinquanta per cento di persone che vanno solo per fare casino o altro e che approfitterebbero di qualunque occasione».

Lei è da sempre un uomo dei media. Si dice da più parti che un certo eccesso di informazione sulla pandemia produca inutili allarmismi. Cosa ne pensa?

«La televisione e internet sono utili se vengono adoperati bene, ma è necessario fare grande attenzione, perché in nome degli ascolti vediamo e sentiamo dibattiti, cose inutili e pericolose, per non dire proprio dannose. L’allarmismo c’è e ci sono anche i moti di popolo che incoraggiano i turbolenti, inutile negarlo. Ma in questo momento contravvenire alle regole mi sembra puerile».

Eppure con questi provvedimenti c’è chi lamenta un attentato alle libertà individuali e costituzionali.
«La parola libertà deve essere usata con grande rispetto, dandole il valore che aveva quando ci è stata consegnata dai nostri anziani che ce l’hanno regalata tanti anni fa, dopo la Seconda guerra mondiale. Chi usa la parola libertà con troppa leggerezza, non conosce il significato di un altro termine a sue volta importante che invece la mia generazione conosce molto bene: sacrificio. Diciamo la verità, negli ultimi settant’anni abbiamo avuto una bella vita, ma adesso è il momento di tornare a fare dei sacrifici. È utile e necessario».

Visto che ha parlato della guerra, in questi mesi è stato impiegato sempre più frequentemente il termine “coprifuoco”. Lo condivide?
«Decisamente no. Per chi ha i miei anni, la parola coprifuoco rievoca la fame, il terrore dei bombardamenti, i rastrellamenti nazisti, il pericolo, il freddo. Andiamoci piano quando usiamo questi termini. Per dirla tutta, non mi piace nemmeno lockdown. Dovremmo adoperare un termine italiano, ma anche più ottimistico».

Come trascorrerà le sue giornate?
«Chiuso in casa, perché mi spaventano tutti gli assembramenti, anche quelli della politica. Mi dedicherò al mio channel perché mi piace lavorare con la rete e magari cercare cose che possano alleviare, non solo a me, la durezza del momento. Sto preparando un nuovo programma online che si chiama Qui rido io e raccoglierà la comicità di tutte le città italiane. Ovviamente comprese quelle della nostra Puglia».

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