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Tolo Tolo, parla il pugliese «Gramegna»: «Io, Checco e Gravina»

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Un viaggio da clandestini per lasciarsi alle spalle l’Africa e virare verso gli ambiti paradisi fiscali europei; con il tocco scanzonato dei personaggi firmati Checco Zalone. C’è questo e tanto altro in “Tolo Tolo”, il film già record di incassi, in questi giorni nelle sale cinematografiche. Eppure il vero “fenomeno migratorio” non è tanto quello raccontato dal Checco nazionale al suo "pubblico fantastici", ma quanto è accaduto nella vita a Gianni D’Addario, attore gravinese, sul set nelle vesti del disoccupato “Gramegna”. «Un bel po’ di anni fa, ho perso il conto di quanti siano, sono andato via da Gravina per cercare la fortuna altrove, prima vicino Bracciano a teatro, poi a Roma dove tuttora vivo. Ma un giorno Luca Medici mi sceglie per il suo nuovo lavoro e dove andiamo a girare gran parte del film? A Gravina. E chi se lo sarebbe mai aspettato! Per più di dieci giorni è stato tutto strano: svegliarsi e trovare la mamma che ti prepara il caffè o andare a piedi a lavoro». Con il fare di chi riesce a tenere lontano il cattivo umore senza grossi sforzi, D’Addario è l’esempio di emigrato tornato per una breve parentesi a lavorare nel suo paese d’origine.

Un inusuale “rimpatrio involontario, ma assistito”. «Succede che negli anni cambia la geografia del lavoro e della tua terra e ti ritrovi casualmente a lavorare tra concittadini e volti che ti riconoscono e che tu riconosci perché hanno fatto parte della tua adolescenza. E di aneddoti me ne sono capitati a bizzeffe in quei giorni. Per esempio, mentre stavo entrando nel camion degli attori per cambiarmi, un uomo di mezza età, stizzito, mi dice: “Non ci facciamo riconoscere. Lì non puoi entrare”. Ebbè ci sta che provassi a intrufolarmi» riferisce sorridendo D’Addario, un fenomeno nel fenomeno. 40 anni tra una settimana, autodidatta nell’arte cinematografica e tanta gavetta alle spalle. «Altro che Gramegna, prima cameriere, poi prefetto, ministro degli Esteri e persino presidente della Commissione europea! Io ho cominciato a teatro e poi mi sono ritrovato nel 2014 davanti ad Ascanio Celestini che mi scelse per “Viva la sposa”. Una interpretazione tutt’altro che comica. Quello fu il mio primo banco di prova». Da lì un andirivieni tra teatro e cinema, tra Milano, Roma e qualche tappa più vicina a casa. «A marzo per esempio torno a Bari al teatro Kismet con “Sei personaggi in cerca d’autore”; nel frattempo sono tra i protagonisti di un grande progetto teatrale tratto dal film di Marco Ferreri del 1973 “La grande abbuffata” e con l’attore Domenico Laddaga siamo in procinto di girare un cortometraggio sul tema dell’omertà» continua l’attore che ha già avuto modo di lavorare con Zalone nel film “Quo Vado”. «Ci ha presentati il mio autore Francesco Asselta ed è davvero un piacere lavorare con Luca. Ti insegna tanto sul set, tra il serio e il faceto». Ma quando Checco Zalone si arrabbia davvero? «Mai. Tiene tutto dentro evidentemente. Non gli ho mai sentito alzare la voce, anche magari quando avrebbe potuto. È molto paziente da questo punto di vista, spiega anche più volte il senso delle scene. Ecco, possiamo dirlo, soffoca il primitivo che è in lui».

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