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Omicidio Cucchi, il pm chiede l’assoluzione del brindisino Tedesco

L’accusa ha chiesto 18 anni di carcere per i carabinieri Di Bernardo e D’Alessandro per omicidio preterintenzionale

Omicidio Cucchi, il pm chiede l’assoluzione del brindisino Tedesco

BRINDISI - «Questo non è un processo all’Arma dei Carabinieri, ma è un processo contro cinque esponenti dell’Arma dei Carabinieri che nel 2009 violarono il giuramento di fedeltà alle leggi e alla Costituzione, tradendo innanzitutto l'Istituzione di cui facevano e fanno parte». Ieri mattina nell’aula bunker di Rebibbia si è conclusa la requisitoria del pm Giovanni Musarò nel processo per la morte di Stefano Cucchi, il geometra romano arrestato nell’ottobre 2009 per droga e morto una settimana dopo nel reparto detenuti dell’ospedale «Pertini» di Roma. Il pm doveva formulare le richieste di condanna nei confronti degli imputati, tutti e cinque carabinieri: Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco, tutti accusati di omicidio preterintenzionale e abuso d’autorità (Tedesco anche di calunnia nei confronti degli agenti della Penitenziaria assolti in via definitiva); Vincenzo Nicolardi e Roberto Mandolini, tutti accusati di calunnia (Mandolini, anche di falso) e prima di farlo ha posto quella premessa che concludeva le argomentazioni in fatto ed in diritto col rappresentante dell’accusa che precisato come «i depistaggi del 2009» avessero «assunto grande rilevanza, perché hanno condizionato la ricostruzione dei fatti» oggetto del processo, ed ha aggiunto che «la migliore riprova di tale assunto è rappresentata dal fatto che l’acquisizione di alcuni elementi decisivi, sia ai fini di questo processo sia ai fini di quello sui depistaggi del 2015, è stata possibile grazie alla leale collaborazione offerta nel 2018 e nel 2019 proprio dall’Arma dei Carabinieri, in particolare dal Comando Provinciale dei Carabinieri di Roma, dal Reparto Operativo e dal Nucleo Investigativo, i cui componenti hanno profuso impegno e intelligenza ai fini della esatta ricostruzione dei fatti».

Secondo il pm «per sgombrare definitivamente il campo da strumentali insinuazioni, non si può sottacere che straordinaria importanza ha assunto la costituzione di parte civile del Comando Generale dei Carabinieri nel cosiddetto processo dei depistaggi» ha fatto rilevare ancora ponendo all’attenzione dei giudici una osservazione: «È impossibile dire che non ci sia un nesso di causalità tra il pestaggio e la morte» di Stefano Cucchi. «Unica spiegazione medico-legale su causa morte che ha una dignità è quella del riflesso vagale bradicardizzante - ha aggiunto Musarò - I periti parlano di multifattorialità a produrre la morte di Cucchi. E tutti i fattori hanno un unico denominatore: sono connessi al pestaggio, sono connessi al trauma subito da Cucchi».

Del resto, secondo il pm, «quando la sera del 15 ottobre Stefano Cucchi fu arrestato “era un ragazzo che stava bene, lo dicono tutti; però era magro. Era complessivamente in buone condizioni di salute, però era sottopeso. Pesava 43 chili perché lui stesso diceva che faceva il pugile e aveva la necessità di stare sotto i 44 chili per rientrare nella categoria di appartenenza. Sul tavolo dell’obitorio aveva perso sei chili in sei giorni, perché durante la degenza non mangiava”». E «non mangiava - ha ripreso - non da quando era al Pertini, bensì da quando era a Regina Coeli: lui non mangiava perché non stava bene. E il prof. Vigevano dice che era dovuto anche a un disturbo post traumatico da stress, i cui sintomi sono rinvenibili anche dal comportamento complessivo di Cucchi in quei giorni». Secondo il Pm, dunque, «due persone l’aggrediscono, lo colpiscono anche quando lui era già a terra, di notte. La tanta evocata magrezza diventa a carico anche sotto il profilo del dolo. Aggredire con quelle modalità una persona fragile e sottopeso, significa aggredire una persona che può riportare anche danni più gravi, com'è accaduto a Stefano Cucchi. E di questo occorrerà tenerne conto».

Le conclusioni della requisitoria sono state dunque queste: condanne a 18 anni di carcere per due dei carabinieri della Stazione Roma Appia, Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, accusati di omicidio preterintenzionale per la morte di Stefano Cucchi. Cosa diversa per l’imputato-testimone Francesco Tedesco, per il quale il rappresentante dell’accusa ha sollecitato una sentenza d’assoluzione con la formula «per non aver commesso il fatto», ma la sua condanna a tre anni e mezzo di reclusione per l’accusa di falso. Una sentenza di condanna a 8 anni di reclusione per il maresciallo Roberto Mandolini (all’epoca comandante interinale della Stazione Appia) per l’accusa di falso. Il non doversi procedere per prescrizione, infine, dall’accusa di calunnia è stata sollecitata per il carabiniere Vincenzo Nicolardi e per Francesco Tedesco e Roberto Mandolini.

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