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In Puglia e Basilicata

La tragedia

Barletta, il racconto della vedova del barista: «Vorrei solo che fosse con me»

Barletta, la vedova Tupputi ai funerali

Il dolore a un mese dall'omicidio di Giuseppe Tupputi. «Vorrei ringraziare tutti quelli che mi hanno aiutato»

11 Maggio 2022

Maria Pia Garrinella

BARLETTA - «Sono stata travolta da un'ondata di generosità e di affetto e il calore che ho sentito intorno a me mi ha dato una forza enorme e per questo voglio dire grazie». Parla inciampando nelle lacrime che a fatica riesce a trattenere Giusy, un mese dopo la perdita di suo marito, il 43enne barista barlettano Giuseppe Tupputi, ucciso l’11 aprile scorso con tre colpi di pistola, mentre era dietro il bancone del suo bar, il “Morrison’s Revolution” in via Rionero. Vorrebbe ringraziare quanti l'hanno aiutata uno per uno, dice. Un mese fa a travolgerla, insieme al dolore insopportabile per la morte di suo marito, un dolore oggi vivo più che mai, sono state anche le difficoltà collegate a quella perdita, tanto che nei giorni successivi, gli amici più stretti avevano avviato una raccolta fondi per sostenere Giusy e le sue bambine, Sofia, 8 anni, e Francesca, 6 mesi.

«Non volevo – racconta Giusy - sono sempre stata abituata a rimboccarmi le maniche e ad andare avanti, mi sembrava di chiedere l’elemosina». E poi era timorosa del giudizio altrui. Ma non è successo. E quella valanga di affetto, a un certo punto, l’ha convinta a farsi aiutare. «Non me l’aspettavo - dice ancora piena di meraviglia e per lei il merito è tutto di Giuseppe - Mi ha resa così orgogliosa di essere sua moglie, Peppe è stato veramente una brava persona, come marito, come uomo, come papà, era veramente unico». «Molte delle persone che mi hanno aiutato non le conosco – racconta Giusy - e il fatto di non poterle ringraziare singolarmente mi spiace molto perché non mi sarei aspettata una risposta del genere, è stato veramente emozionante».

La risposta alla richiesta di aiuto è stata corale. Non singole grandi donazioni ma tante, una fitta pioggia di generosità e poi i regali per le bimbe, la vicinanza della scuola, i messaggi, piccoli gesti. «Ho ricevuto anche una lettera bellissima, me l’hanno messa nella cassetta della posta, non conosco la donna che me l’ha mandata ma mi ha dato tanta forza», dice Giusy. «Tutto quello che abbiamo raccolto è per le nostre bambine - spiega la vedova - è come se la città avesse fatto loro da papà e per questo sono davvero enormemente grata».

Giusy è frastornata e sorridendo dice. «Ho lasciato un po’ di cervello sparso ovunque e mi sento con un peso sulle spalle più grande di me». In realtà, dentro i suoi occhi azzurri, diventati trasparenti per le lacrime, si intravedono fierezza, coraggio e forza, quella enorme delle mamme. «Ce la devo fare, non ho alternative: o ce la faccio o ce la faccio, non ho scelta perché le nostre figlie devono crescere e se io cado cadono anche loro e non posso permetterlo», dice con grande determinazione. Poi ricorda quel giorno. «Peppe alle 19.30 la sera chiudeva, proprio per evitare problemi. Diceva sempre "meglio qualcosina in meno e mi ritiro a casa"». I clienti del bar di Giuseppe Tupputi erano le mamme. «Al mattino non servivamo alcolici, avevamo una clientela veramente… lo chiamavano il bar delle donne, perché era prettamente femminile, era un luogo tranquillo, pulito, unico nel suo genere in quella zona», racconta la donna.

Giuseppe era lì già alle 4.30 del mattino, per infornare i cornetti e aprire al pubblico alle 5.30. «La mattina stavo con lui e il pomeriggio intorno alle 18.30-19 lo raggiungevo, facevamo la chiusura e poi le classiche cose che fanno marito e moglie – racconta sorridendo Giusy - facevamo la spesa ed era il nostro momento di intimità perché poi con le bambine hai tante cose da fare». Ma quel giorno lei non era andata al bar, a due passi da casa. Sofia aveva troppi compiti, «tanto alle 19.30 sarebbe arrivato però… quel sesto senso, alle 19,15 mi fece mandare un messaggio che non ha mai letto: “Come va?».

A quella domanda Giuseppe non aveva risposto e poco dopo Giusy sente la prima ambulanza. «Feci finta di nulla – dice col senno di poi - alla seconda mi affacciai e vidi tanta gente che guardava verso il bar, allora decisi di lasciare la bambina da mia madre e andare a vedere cosa stesse accadendo e fu lei che mi disse: “Mi ha chiamato papà e mi ha detto che al bar è successo qualcosa”, ma non avrei immaginato nulla di simile».

Giusy resta in silenzio, riprende fiato, poi scoppia in lacrime. Il suo Peppe era per terra. Ma il peggio doveva arrivare. A casa l’aspettava Sofia, Francesca è troppo piccola, ma Sofia era sveglia ad aspettarla. «Inizialmente le dissi che era caduto ed era in ospedale, poi la mattina dopo le ho dovuto raccontato tutto, se non lo avessi fatto io sicuramente lo avrebbe scoperto a scuola o da qualche altra parte. Doverglielo dire è stata la cosa che più mi ha fatto male: è stato straziante».

Anche per questo in quel bar Giusy non vuole più tornarci. «Non ci sono le condizioni per riaprire perché è stata la prima cosa che mi ha chiesto mia figlia, lei associa quel luogo alla perdita del papà, non vuole neanche sentirlo nominare e io gliel’ho promesso e poi Peppe là, per terra, immaginare di lavorare in quel luogo e calpestare quel pezzettino di banco, non riuscirei a sopportarlo». E poi sarebbe un impegno troppo gravoso, le porterebbe via troppo tempo da dedicare alla famiglia, proprio come faceva Giuseppe. «Lui ci metteva al primo posto, c’eravamo noi, poi tutto il resto. Se c’erano dei giorni festivi lui non lo apriva, non pensava al lavoro, pensava alle feste con la famiglia e quando Sofia era più piccola non si è perso una recita, chiudeva il bar ed era felice perché non si voleva perdere neanche un attimo della sua vita». «Peccherò di presunzione – aggiunge quella mamma e moglie - ma con noi, con le sue figlie, è stato davvero unico. Per tutto questo voglio trovarmi un lavoro, fare le mie otto ore e tornare a casa da loro».

Un mese dopo la tragedia, nulla è come prima, persino il cane e il gatto di casa lo sanno, il primo non esce più con Peppe e il secondo dorme acciambellato sulla sua felpa, mentre la piccolina di casa impazzisce quando incontra qualcuno con la barba come il suo papà. La normalità non è neppure un miraggio e Giusy sa che il desiderio in cima alla sua lista non è realizzabile. «Vorrei di nuovo mio marito, vorrei vedere Sofia sorridere come prima, vorrei svegliarmi e scoprire che è stato solo un brutto sogno ma sono cosciente e consapevole che non può succedere. Ho avuto i piedi per terra sin dal primo momento e quindi ora devo pensare solo a loro, devo solo andare a lavorare e fare da mamma e da papà, devo tirarle su come avrebbe voluto lui».

Il presunto assassino di Giuseppe Tupputi, Pasquale Rutigliano, 32 anni, viene fermato all’alba del 12 aprile dalla polizia. In un primo momento si avvale della facoltà di non rispondere, innanzi al gip; qualche giorno dopo chiede di essere ascoltato dal pm. Al magistrato, hanno riferito dalla Questura, dice di essere stato lui a sparare, in direzione del bancone del bar. A Giuseppe Tupputi aveva chiesto una birra, motivo per cui i due avevano discusso, prima che Rutigliano sparasse, per poi fuggire. Dall’autopsia è emerso che quei colpi sono stati fatali. «Inizialmente, appresa la notizia – racconta la vedova - sinceramente sono rimasta indifferente, perché anche la maggiore delle pene non mi restituirebbe mio marito, ovviamente chiedo e voglio giustizia, ma avrei voluto avere mio marito con me».

Oggi alle 19, nella parrocchia del Cuore Immacolato di Maria, ci sarà una messa per il trigesimo di Giuseppe Tupputi, ma l’intenzione dei suoi cari è di organizzare un momento condiviso con quella comunità che si è mostrata solidale e partecipe, una sorta di ringraziamento pubblico, magari nei giardini del castello, una commemorazione pubblica per un lutto che la città ha dimostrato di aver sentito suo.

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