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ospedale Bonomo Andria

Il sedici marzo mentre ero in servizio presso l’UOC di Medicina Interna dell’ospedale «Bonomo» di Andria - che temporaneamente dirigo - e ho accusato una marcata astenia. Misurata la temperatura corporea (che era di 37,4) mi sono recato al triage del Pronto soccorso dove ho eseguito il tampone faringeo e mi sono subito recato a casa dove rimanevo in attesa dell’esito. Nel pomeriggio del giorno seguente venivo contattato dall’Ufficiale Sanitario che mi comunicava l’esito positivo e la contemporanea ordinanza di quarantena domiciliare. I primi giorni ho accusato dolori osteo-muscolari, febbre e astenia che con i giorni diventava sempre più marcata. Il 23 marzo ho presentato anche dispnea, contattato il 118 mi trasportavano al Presidio Ospedaliero di Bisceglie dove eseguivo una radiografia del torace ed esami emato-chimici. Sembrava tutto a posto ed invece tutto è precipitato - e cambiato - nel giro di poche ore tanto che, nel pomeriggio venivo, ricoverato presso l’Uoc di Malattie Infettive, da cui sono stato dimesso il 3 aprile, guarito.

Mi corre l’obbligo in primis di ringraziare i miei colleghi e amici per il loro impegno, professionalità ed umanità che ho ricevuto durante la degenza; gli operatori sanitari tutti, dagli infermieri dagli oss che con amore per tutto il loro turno compressi nelle tute, mascherine, guanti ed occhiali non hanno mai smesso di avere sempre un sorriso o una battuta spiritosa per alleviare le sofferenze fisiche e psichiche di tutti noi pazienti: come non ricordare i loro nomi, soprannomi o disegni scritti con il pennarello sulle divise.

Dei lunghi giorni della malattia mi ha profondamente colpito il rapporto che si è creato col monitor che rilevava i parametri vitali, riuscivo a dormire sapendo di avere un osservatore acuto che informava h 24 i sanitari. E poi l’ansia nell’attesa dei referti degli esami. Come non pensare agli altri degenti che non ci sono più: ho iniziato a pensare al perché fossi sopravvissuto a differenza di altri. Ho riflettuto sulle dichiarazioni dei sopravvissuti della Shoah e degli scritti di Levi.

“C’è molta più umanità e verità nella difficoltà che nell’esaltazione della vittoria” (Mario Calabresi): mi amareggia ricordare quando venivo scambiato quasi per un sadico untore e non invece indicato come una vittima del proprio impegno professionale. Al contrario, mi fa enorme piacere ringraziare i miei congiunti, gli amici cari che con le loro telefonate mi hanno permesso di non pensare alla patologia; la gioia nel sapere che ero guarito; nel rivedere mia moglie quando mi è venuta a prendere alla dimissione (anche lei al termine della quarantena domiciliare fortunatamente senza malattia).

I medici, ed anche io che fortunatamente non ero mai stato ricoverato, pensano di essere immortali: “estote parati”. Infine, un pensiero ai colleghi di reparto infettati come me in servizio, guariti o in attesa di esserlo. Sono sempre stato nella vita un pessimista, ma ora mi sento di affermare che a breve supereremo questo brutto periodo. Mario Calabresi ne “La mattina dopo” ha scritto: «Passata l’onda della tempesta, sulla spiaggia restano i segni, i frammenti, i pezzi da recuperare. Torneranno normalità e calma ma osservando con attenzione si scopre che il paesaggio è cambiato, si è trasformato e non tornerà uguale».

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