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Giustizia svenduta, Savasta: «Ho dato 10mila euro a Scimè»

Così l’ex pm ha inguaiato anche il collega. Ma D’Introno: no, lo pagai io a Milano

Giustizia svenduta, Savasta: «ho dato 10mila euro a Scimè»

BARI - Ha detto di aver preso in tutto 120mila euro tra soldi in contanti, regali in natura e favori fatti al suo ex cognato dall’imprenditore Flavio D’Introno. Ma nei tre verbali davanti alla Procura di Lecce, Antonio Savasta ha anche raccontato di aver pagato Luigi Scimè: «Ebbi le 10.000 euro da D’Introno naturalmente e gliele detti a Scimè, gliele consegnai, mi sedetti a fianco alla macchina, cioè al posto diciamo guidatore». Parole che hanno fatto finire nei guai anche l’altro ex pm di Trani, ma che danno il senso del perché la Procura di Lecce abbia chiesto l’incidente probatorio: perché su questo episodio le cose non tornano.

D’Introno ha infatti raccontato ai magistrati una storia diversa. Ha confermato di aver dato a Scimè circa 100mila euro in cambio di vari favori. Ha detto di aver pagato anche affinché il pm chiedesse il rinvio a giudizio di alcuni degli accusatori dell’imprenditore di Corato nel processo per usura di cui parleremo tra poco. Ma ha anche detto, D’Introno, di aver consegnato direttamente i soldi a Scimè, in un incontro che sarebbe avvenuto a Milano. Una incongruenza che dovrà appunto essere chiarita quando, a partire da lunedì, Savasta (con l’avvocato Massimo Manfreda di Brindisi) e D’Introno verranno messi a confronto con gli altri indagati davanti al gip Giovanni Gallo.
Questa è la versione di Savasta, che alla Procura di Lecce ha offerto un episodio fino a quel momento sconosciuto alle indagini sulla giustizia svenduta nel Tribunale di Trani. Il riferimento è appunto a un fascicolo che Scimè aveva aperto per falsa testimonianza, minacce ed estorsione nei confronti di due dei testimoni del processo per usura contro D’Introno. Un fascicolo funzionale all’imprenditore affinché potesse dimostrare l’inattendibilità dei suoi accusatori di cui, dunque, voleva il rinvio a giudizio. «Venne il D’Introno e disse “Dottore andate a parlare con Scimè, tanto Scimè con Nardi sta d’accordo" (...). Il dottor Scimè mi disse “Sì ho parlato con il dottor Nardi di questa questione, provvedere a fare il rinvio a giudizio, però - disse - il tuo amico caro, Michele Nardi - proprio in questi termini - mi aveva promesso, mi aveva promesso delle cose”, del denaro praticamente mi fece capire, “ma non ho avuto niente”, al che io capii che anche su questa vicenda c’era qualche cosa di particolare».

A quel punto Savasta dice di essersi incontrato con D’Introno nei corridoi della Procura. «“Scusami ma tu a Scimè hai dato dei soldi?”, allora lui mi disse testualmente “Io i soldi a Scimè direttamente non li ho dati, li ho dati al dottor Nardi che doveva darli al dottor Scimè, quindi se li sarà fregati Nardi”, dice “ma tu quanto hai dato?”. Lui diceva 15, era molto generico su questo fatto, ha detto “Comunque io i soldi li ho dati, doveva darli Nardi”».
Scimè però - sempre nel racconto di Savasta - insiste per essere pagato, allora il pm dice di essere tornato da D’Introno: «Ho detto “Senti ascolta facciamo una cosa, dammi un qualcosa e io gliela do a Scimè così finiamo sta cosa”».


LA CONSEGNA
Savasta dice che fu Scimè a passare a prendere i soldi. «A quel punto diciamo cioè mi organizzai in maniera tale che Scimè passò dalle parti di casa mia, non so doveva partire il giorno dopo, qualche giorno dopo, doveva partire perché aveva urgenze insomma, era tardo pomeriggio». I soldi gli erano stati consegnati uno-due giorni prima da D’Introno. «Mi citofonò a casa, lui sapeva come venire quando doveva fare le sue cose insomma, e scesi e in una busta aveva diciamo questi soldi, io c’ho visto che stava 500, le 100, ha detto "Queste sono 10.000", io non le ho nemmeno contate sinceramente».
Ma proprio a fronte dell’incongruenza con il racconto di D’Introno di cui abbiamo parlato, il 19 marzo la pm Roberta Licci chiede a Savasta se «ha contezza di un incontro tra D’Introno e Scimè a Milano». «No, assolutamente no» è la risposta dell’ex pm.


IL PROCESSO PER USURA
La Procura contesta a Scimè anche di aver chiesto l’archiviazione dell’indagine per usura a carico di D’Introno, in cambio di 30mila euro. Savasta dice di averne parlato con l’allora collega. «Lui disse, alla fine ridendo disse “Sì sì mi sono sentito con Nardi, mi sono organizzato, si può chiedere l’assoluzione, ci sono gli elementi per chiedere l’assoluzione e quindi la chiederò diciamo da questo punto di vista”, allora mi tranquillizzai perché il collega diciamo aveva riferito di questa cosa e che ne aveva parlato con Nardi, diciamo la cosa un po’ mi insospettì, però il processo io non lo conoscevo, il processo Fenerator, mi aggiunse anche che c’erano delle questioni prescritte, in prescrizione». Fatto sta che D’Introno viene comunque condannato in primo grado.


LA REPLICA DI SCIMÈ
Scimè smentisce in maniera categorica di aver mai preso soldi o di aver mai fatto favori a chicchessia. «Ho fiducia nella giustizia - dice l’ex pm, oggi giudice presso la Corte d’appello di Salerno, tramite il suo avvocato Mario Malcangi - e sono certo che tutte le accuse si riveleranno infondate. Attendo l’esito di questo incidente probatorio avendo verificato che negli atti messi a disposizione si apprezzano profondissime contraddizioni tra gli elementi indicati dall’accusa. La maggior parte di questi elementi possono essere confutati documentalmente, come farò appena mi sarà consentito».


IL RUOLO DI SOAVE
Le pagine non coperte da «omissis» dell’interrogatorio di Savasta lasciano trasparire il ruolo di un consulente della Procura, il commercialista Massimiliano Soave. L’ex pm ne parla a proposito del procedimento inventato per il sequestro delle cartelle esattoriali milionarie recapitate a D’Introno. «In questa occasione entra in gioco il dottor Soave, il quale viene da me e dice “Sa dottore io diciamo sono in buoni rapporti con Nardi”, sempre questo discorso di Nardi avanti eccetera... “Comunque sulla vicenda di D’Introno io non posso essere nominato”, cioè proprio così in maniera extra brutto “Però siccome è una vicenda abbastanza particolare che conosco quindi le questioni possiamo nominare anche una persona che vi indico”. Dice “Vabbè, ma - dice - perché mi dite questa indicazione”, “no, perché così diciamo la questione viene bene inquadrata”. Vabbè avevo capito perché comunque Soave è sostanzialmente anche lui un soggetto implicato in questa vicenda, magari ne parliamo”». Soave aveva seguito il contenzioso tributario per conto di D’Introno, ottenendo in primo grado l’annullamento delle cartelle poi ribaltato in appello. Ma questa parte dell’inchiesta è ancora in corso.

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