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BISCEGLIE/sequestrato un milione di euro

Caporalato, arrestati amministratore
e addetto contabilità azienda agricola

caporalato

BARI - Pagavano i braccianti 2,5 euro all’ora, facendoli lavorare fino a 14 ore consecutive sotto i teloni con temperature altissime, pretendendo che ogni giorno restituissero al caporale 2 euro. Con le accuse di associazione per delinquere, caporalato, estorsione, truffa ai danni dell’Inps e autoriciclaggio, la Guardia di Finanza ha messo agli arresti domiciliari tre persone e notificato l’obbligo di dimora per altre quattro.

Gli arrestati sono la donna accusata di fare da 'caporalè, Maria Macchia, l’amministratore e l’addetto alla contabilità dell’azienda agricola Extrafrutta di Bisceglie, Bernardino Pedone e Massimo Dell’Orco. Gli altri 4 indagati, familiari della donna, raccoglievano il denaro dai braccianti. L'indagine è partita due anni dopo segnalazioni anonime e di lavoratori e ha monitorato circa 2mila braccianti sfruttati. E' emerso anche un trattamento discriminatorio nei confronti delle donne, pagate mediamente meno degli uomini. È stato accertato anche un episodio di omesso soccorso ad una bracciante che si era sentita male tre volte nello stesso giorno.

In particolare i finanzieri, coordinati dal pm Ettore Cardinali, hanno accertato in alcuni casi buste paga inferiori rispetto al lavoro realmente prestato, in altri casi buste paga gonfiate, la cui differenza veniva poi restituita in contanti all’imprenditore che così poteva pagare in nero un’altra parte di lavoratori, soprattutto pensionati e persone con doppio impiego, oltre ad assunzioni fittizie (le figlie e il marito della caporale).

I lavoratori, tutti italiani e prevalentemente donne, venivano reclutati nei territori di Mola di Bari, Noicattaro, Conversano e Rutigliano. Alle 3 del mattino partivano i bus diretti in diversi campi di uva e ciliegie della regione, fino ad Andria e Trinitapoli (Fg), dove i braccianti lavoravano fino a 14 ore consecutive.

Su disposizione della magistratura barese è stato eseguito anche il sequestro di circa 1 milione di euro e l’azienda è stata sottoposta a controllo giudiziario.

«Quello che urta la sensibilità - ha detto il procuratore di Bari, Giuseppe a Volpe - è il tono con cui la caporale si esprime nelle conversazioni, con un cinismo raccapricciante». In occasione della morte in un incidente stradale di un ex dipendente, per esempio, la donna dice «non pagava, questa è la fine che devono fare quelli non pagano». Grazie alla documentazione contabile rinvenuta e sequestrata nel box auto di casa del ragioniere, sono state accertate più di 24mila giornate lavorative e oltre 2 milioni di euro di profitto illecito oltre a 53 mila euro di indennità indebitamente percepite dall’INPS. Dalle sole estorsioni - la «quindicina» perché i 2 euro a giornata venivano consegnati ogni 15 giorni - la caporale avrebbe guadagnato circa 110 mila euro. 

LE INTERCETTAZIONI - «Non è vita così...si stava sentendo male...poi è caduta a terra...prendi l’acqua...ma acqua non ne avevamo più...buttagli l’acqua...buttagli l’acqua addosso...». È un stralcio di una conversazione intercettata dalla Procura di Bari nell’inchiesta «Macchia Nera» su una presunta organizzazione di caporali, che ha portato oggi all’arresto di 3 persone e per altre 4 è stato disposto l’obbligo di dimora (sono 11 in totale le persone indagate). Al telefono due braccianti raccontano quanto accaduto ad una loro collega, che si era sentita male a causa del caldo e del troppo lavoro, senza essere soccorsa. Era il 22 luglio 2016. L’indagine della Gdf era appena cominciata. Da allora in poi gli investigatori hanno raccolto numerose testimonianze di braccianti sfruttati. Una donna, che ha lavorato alle dipendenze della Extrafrutta per tre anni, racconta di essere addetta a incassettare le ciliegie nel magazzino di Bisceglie e, poi, all’acinellatura. Nei campi "giungevo tramite un bus dell’azienda dopo essere partita da Mola di Bari, intorno alle ore 01.30» e «lavoravo anche per 15 ore consecutive, sempre in piedi, con una breve pausa pranzo di soli 30 minuti».

«Coloro che non pagavano - racconta la donna - venivano allontanati». «Sono stato costretto a sottostare alle condizioni imposte, - spiega agli investigatori un altro bracciante - perché ho una famiglia da mantenere composta da 4 persone e sono l’unica persona a lavorare in casa e soprattutto perché non riuscivo a trovare altri lavori». La presunta caporale, Maria Macchia, che i braccianti conoscevano come «Marisa», istruiva i lavoratori su cosa rispondere in caso di controlli dei finanzieri , fornendo loro "bigliettini promemoria": non dovevano chiamarla «caporale», dovevano dire di lavorare 6 ore al giorno (e non 14 come invece avveniva) e non riferire che le corrispondevano una percentuale sul guadagno, già molto basso, che gli inquirenti ritengono una «vera e propria tangente sulla manodopera».

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