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Banda degli estorsori, altro pentito

Nell’aula bunker di Bitonto, durante il rito abbreviato, chieste pene tra due e dieci anni

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Il tribunale di Trani

TRANI - Pasquale Pignataro, il secondo pentito della banda degli estorsori, ha rilasciato le previste dichiarazioni spontanee ieri, nell’aula bunker di Bitonto, nell’ambito del rito abbreviato in corso di svolgimento presso il Tribunale di Bari, con riferimento al clan capeggiato dal pluripregiudicato Vito Corda, già a sua volta collaboratore di giustizia.

Pignataro aveva reso nota la sua volontà di collaborare con gli inquirenti lo scorso 31 marzo, durante un’udienza preliminare che aveva fatto seguito a quella in cui il pubblico ministero, Giuseppe Maralfa, della Direzione distrettuale antimafia, aveva richiesto le condanne per tutti gli imputati: a Pignataro era stata accostata la richiesta di pena più alta, vale a dire dieci anni di reclusione.

Ebbene, secondo quanto dichiarato dal pentito, il vero clan era composto di un numero ristretto di persone e tanti fiancheggiatori, fra cui lo stesso Pignataro. I veri estorsori, secondo la sua ricostruzione, sarebbero stati Vito e Giuseppe Corda, l’albanese Ilir Gishti e, anche, Patrizio Romano Lomolino, mai indagato, né arrestato nella vicenda degli estorsori, sebbene nell’elenco degli imputati del rito abbreviato comparisse un «omissis» che potrebbe essere accostato proprio a lui.

Peraltro, nel fascicolo che riguardò Lomolino, quando fu imputato di essere il responsabile dell’omicidio del «viado» Aldomiro Gomez, compariva a sua volta il nome di Vito Corda.

Pignataro ha ammesso le responsabilità delle estorsioni, confermandole tutte, ma, secondo quanto ha spiegato, si sarebbe limitato a fare da autista al clan e percepire uno stipendio mensile di 150 euro, mentre il grosso del denaro circolava fra i veri componenti della banda. E questi, sempre secondo quanto reso in aula da Pignataro, avrebbero utilizzato anche armi, fra cui la stessa pistola che il 12 febbraio 2017 uccise Antonio Mastrodonato in via Superga. E questo confermerebbe gli intrecci tra fenomeni di criminalità coevi che, già da tempo, gli inquirenti tendevano a porre in correlazione fra loro.

Il rito abbreviato vede imputate sette persone, accusate di estorsione per fatti commessi a Trani alla fine del 2016. Come è noto, gli episodi determinarono due diverse operazioni, guidate dalle Procure della Repubblica di Trani e Bari e condotte dai Carabinieri, unificate poi in un unico procedimento. Agli imputati viene addebitato il reato di estorsione in concorso, con l’aggravante del metodo mafioso ed altri capi di accusa. Le estorsioni oggetto dell’inchiesta, una consumata e le altre tentate, riguardarono attività della ristorazione, imprenditoriali, del settore immobiliare e lapideo.

La pena più dura, come dicevamo, è stata chiesta a carico di Pasquale Pignataro: 10 anni e 10mila euro di multa. A seguire: l’albanese Ilir Gishti, 8 anni e 8mila euro; Nicola Pecorella, 6 anni, 3 mesi e 4000 euro; Pasquale Percorella, 6 anni, 3 mesi e 4000 euro; Michele Di Feo, 4 anni, 2 mesi e 4000 euro; Giuseppe Corda, 4 anni e 4000 euro; Nicola Petrilli, 2 anni, 8 mesi e 1400 euro. Per Vito Corda, riconosciuto come figura apicale del sodalizio dedito alle estorsioni, avendogli riconosciuto l’attenuante di collaboratore di giustizia, la richiesta è di 4 anni, 8 mesi e 4000 euro.

Altri due imputati, Michele Regano ed Armando Presta, sono stati ammessi al rito abbreviato presso il Tribunale di Trani, con definizioni che si leggono in altro spazio. Sempre a Trani è in corso il giudizio ordinario per un terzo imputato sganciato da Bari, Domenico Pignataro. A Bitonto, invece, il prossimo 12 settembre è prevista la replica del pubblico ministero, che potrebbe rivedere la richiesta a carico di Pasquale Pignataro, nel giudizio di cui è presidente Rosa Anna De Palo.

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