Domenica 11 Gennaio 2026 | 14:12

Adozioni internazionali Storia di due genitori lucani ...purtroppo mai nati

Adozioni internazionali Storia di due genitori lucani ...purtroppo mai nati

 
Adozioni internazionali Storia di due genitori lucani ...purtroppo mai nati

Giovedì 29 Settembre 2011, 10:36

02 Febbraio 2016, 23:51

Nel 1982 le adozioni di bambini stranieri pronunciate dai Tribunali per i minorenni italiani erano appena 300. Tra il 2008 e il 2010 sono stati oltre 10.000 i bimbi stranieri adottati in Italia. Un fenomeno in crescita che se da un lato racconta una grande esperienza d’amore, dall’altro tradisce alcune inquietanti zone d’ombra. Qui di seguito la storia di una coppia che ha deciso di denunciare i risvolti meno edificanti del complesso meccanismo chiamato adozione internazionale. 

di CARMELA FORMICOLA

Il momento più toccante della nostra conversazione sono le lacrime di Gabriella. Silenziose, contenute, dignitose. Quasi asciutte. Perché questa storia è una ferita ancora aperta. E i motivi di amarezza sono infiniti: l’odissea burocratica, l’attesa infinita, la delusione, l’emorragia di denaro speso qua e là, lo squallore di certe stanze d’albergo, l’assenza di umanità. Gabriella e Saverio, lucani, sposati dal ‘91, hanno provato ad adottare un bambino agli inizi del 2005. Alla fine del 2010 una telefonata di una dirigente di uno degli enti di intermediazione bruciava per sempre il loro sogno di diventare genitori. «Sono delusa, vi siete comportati davvero male. Scordatevelo un bambino». 

Saverio, ma cosa avevate combinato? «Diciamo che all’ennesima presa per i fondelli, in una delle solite stanze anonime nella quale ero in attesa, cominciai a protestare. Uscì questa dirigente e mi disse: ma come si permette? E io le risposi che mi aveva dato appuntamento alle 9, che mi ero dovuto prendere una giornata di ferie in ufficio e che alle 11.30 ancora nessuno mi dava udienza. Lei replicò che stava facendo un’importante riunione. E io le dissi che era un’arrogante. E la mandai a quel paese. Dopo un po’ di ore mi chiamò a casa e mi disse che non ero adeguato come genitore, che un bimbo me lo potevo scordare». 

Questo succede alla fine del 2010. Però la vostra domanda di adozione è datata aprile 2005. Cosa è successo nel frattempo? «Di tutto. Innanzitutto c’è la ragnatela della burocrazia. Abbiamo cominciato con le carte, domande, moduli, richieste, certificati. Vai al Tribunale, vai al Comune, vai alla Asl, sedi centrali, uffici decentrati. Quello riceve solo di mattina, quello solo di pomeriggio. Poi ci siamo iscritti a un’associazione, la cui mediazione è obbligatoria». 

Sono organismi riconoscuti dallo Stato per garantire trasparenza... «Non so... Magari in tutta Italia ci sono persone, in questi enti, che lavorano con coscienza sapendo che, alla fine, tutto questo serve a regalare ad un bambino una vita migliore. Ma credo purtroppo che molta di questa gente voglia solo soldi. Che sui bisogni dei bimbi o sul desiderio di genitorialità si sia costruito un business mostruoso». 

Perché? «Beh, innanzitutto, nei cinque anni passati a sbatterci se ne sono andati un sacco di soldi. Quote di iscrizione, corsi di formazione, contributi di ogni tipo... Per non parlare degli extra versati all’estero. Poi ci sono modalità che ho trovato disumane». 
Ad esempio? «Le schede. Noi non immaginavamo che la scelta dei bambini avvenisse sulla base dei dati contenuti su una striminzita scheda con foto, quando c’è, i dati anagrafici, l’eventuale presenza di familiari. Quando ce l’hanno mostrata, la prima volta, ci siamo sentiti in imbarazzo. Come fai a scegliere? Se è biondo, se ti piace il nome, se ha la faccia giusta?». 

Poi cosa è successo? «Dopo essere stati vivisezionati dagli assistenti sociali, dopo il colloquio in Tribunale e alcuni corsi obbligatori, e un altro colloquio informale fatto dinanzi a una di queste schede, l’associazione ci indica una bambina». 
Di quale nazionalità? «Era polacca, si chiamava Nadia e aveva quasi 10 anni. Ce la propongono all’inizio del 2008 e noi diciamo: va bene, procediamo». 
E fin qui, al di là del tempo trascorso, sembra tutto in regola... «Sì, però quando ci hanno richiamato per farci materialmente la proposta la bambina era un’altra e Nadia era stata data in adozione». 
Come? «Sì, l’avevano data ad un’altra coppia e non ci avevano detto niente. “Tanto ce n’è un’altra - ci comunicarono - è solo un po’ più grande”. Ci rimanemmo abbastanza male». 
Quindi? «Ad agosto, dalla sera alla mattina, ci dicono che dovevamo andare in Polonia. In meno di 24 ore abbiamo dovuto organizzare il viaggio, ovviamente a spese nostre. All’aeroporto di Cracovia è venuta a prenderci una giovane donna che con l’automobile ci ha portato in una sinistra cittadina industriale. Siamo arrivati in serata. Lei ci ha portati in un albergo di infima categoria mentre proprio di fronte c’era un hotel di una buona catena internazionale. Io le ho chiesto: ma non possiamo andare lì? Visto che dovevamo pagare noi... Ma la donna è stata categorica: no, no dovete stare qui. E ci ha lasciati in questa stamberga. Il giorno dopo ci ha portato all’orf anotrofio». 

E lì com’è andata? «La prima sorpresa: la bambina «un po' più grande» era un’adolescente di circa 14 anni. Aveva gli occhi terribilmente tristi e non diceva una parola. Gabriella cominciò a socializzare con lei. Inutile dire che nel frattempo dovemmo fare “regalini” a chiunque, dalla direttrice dell’orfanotrofio a certe inservienti, perché trattassero meglio quella che in teoria avrebbe potuto essere “nostra figlia”». 
Come si chiamava? «Alina...» 
Poi? «Dopo meno di un’ora l’accompagnatrice ci riportò nella stamberga, ci disse di non muoverci fino al giorno successivo. Noi provammo a uscire ma eravamo in una periferia abbandonata, non c’era l’ombra di un taxi. Nella hall di questa specie di albergo nessuno aveva voglia di parlare... Il giorno dopo la nostra accompagnatrice ci riportò all’orfanotrofio e ci lasciò soli con Alina. Soli, non c’era nessun altro. La ragazzina non diceva una parola, noi non sapevamo come esprimerci. Finì che ci tenemmo un po’ per mano, ci sorridemmo. Poi andammo via». 

Questa è la trafila? «Pare di sì. La cosa singolare accadde il giorno dopo quando la donna ci pose un aut aut: se volevamo Alina avremmo dovuto ufficializzarlo in quel momento così lei avrebbe preparato i documenti». 
È la prassi? «Non so, fu tutto molto confuso. Ipotizzai, a un certo punto, che lei quei documenti avrebbe perfino potuto falsificarli. Per farla breve ripartimmo, senza Alina. E una volta in Italia ci rivolgemmo all’associazione». 

E sapevano che la vostra mediatrice usava questi metodi? «Ci dissero che forse non avevamo capito bene, che non era possibile. Ci dissero: forse con la lingua non vi siete capiti». 
Quindi? «Sdrammatizzarono. Ci comunicarono che avremmo dovuto tornare in Polonia per stare circa un mese con la ragazzina. Solo dopo, avremmo perfezionato l’adozione. Ma noi obiettammo che avremmo voluto adottare una bambina non una ragazza così grande. E quelli per tutta risposta ci trattarono malissimo, ci fecero sentire inadeguati e ci liquidarono quasi a farci capire che non se ne sarebbe fatto più nulla». 
E voi? «Dopo qualche giorno andammo a parlare con una dirigente dei Servizi sociali. Quando le raccontammo il cambio in corso d’opera di bambina e quello che ci era poi successo in Polonia non solo ci diede ragione ma disse che sarebbe intervenuta sull’associazione». 
Ed è intervenuta? «Credo di sì. Di fatto, dopo un lungo silenzio, l’associazione ricompare attraverso una lettera nella quale ci veniva proposto un bambino del Burundi. Già trovammo anomala la comunicazione via posta, poi andammo su internet per capire qualcosa del Burundi, perché più che sapere che è in Africa davvero non sapevamo nulla, e sul sito della Farnesina troviamo scritto: “Burundi, si sconsigliano viaggi a qualsiasi titolo nel Paese”. A noi sembrò tutto molto provocatorio. Oppure un modo per toglierci definitivamente di torno». 

E cosa avete risposto? «No, non abbiamo risposto affatto. Quando sembrava tutto finito e noi facevamo i conti con la nostra amarezza, dopo sei mesi ci ricontattano per dirci che era disponibile una bambina bulgara. Io dico: non è che finiamo come in Polonia? E quelli: no, no è tutto diverso». 
Quindi siete andati in Bulgaria? «No, perché dopo alcuni incontri preparatori saltò fuori che la bimba aveva un grave disagio psico-fisico». 
E voi? «Noi dicemmo chiaro e tondo che non eravamo in grado, psicologicamente, di gestire una cosa del genere... Magari puoi proporla a chi figli ne ha già, a chi ha un’esperienza, una dimestichezza. Noi avevamo bisogno di un aiuto, di un orientamento, e invece... Hanno lavorato male e con un po’ di cattiveria». 

Cosa è successo a quel punto? «Ci hanno fatto una bella ramanzina: ma siete sicuri che volete adottare un bambino? ma forse non siete pronti? forse avete dei problemi... Io diventai una furia. Veramente fin qui i problemi li ho visti solo da parte vostra, dalla Polonia al Burundi, da una ragazza troppo grande ad una pesantemente malata, ci state proponendo situazioni che ci spaventano, che ci mettono in fuga». 
Quindi? «Quindi mi rimandano alla dirigente dell’associazione. Che dopo svariate telefonate mi dà appuntamento una mattina alle 9. Salvo, dopo due ore e mezza di attesa, dirmi, con una certa perfidia, che era impegnata, che dovevo ritornare. Io persi le staffe. E lei, dopo qualche ora, mi telefonò a casa e mi disse che la nostra esperienza poteva dirsi conclusa. Esperienza terribile. Indimenticabile».
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Marchio e contenuto di questo sito sono di interesse storico ai sensi del D. Lgs 42/2004 (decreto Soprintendenza archivistica e Bibliografica Puglia 18 settembre 2020)

Editrice del Mezzogiorno srl - Partita IVA n. 08600270725 (Privacy Policy - Cookie Policy - - Dichiarazione di accessibilità)