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Blitz della Polizia

Bari, il pizzo al rione Libertà
Squarciata omertà, 5 arresti

DI ANNADELIA TURI


“Se volete lavorare dovete pagare”. Così gli uomini di Domenico Remini minacciavano i commercianti del quartiere Libertà di Bari per ottenere la protezione. Un’estorsione in piena regola o meglio come il procuratore capo di Bari Giuseppe Volpe l’ha definita: “tassa di sovranità”. Parole pesanti, intimidazioni al punto che le vittime erano costantemente monitorate dall’organizzazione scoperta e smantellata oggi degli agenti della squadra mobile di Bari. Cinque i provvedimenti restrittivi emessi su disposizione della Direzione Distrettuale Antimafia e della Procura di Bari. I reati contestati a vario titolo: estorsione continuata in concorso e furto continuato in concorso, tutti aggravati dal metodo mafioso. Sono finiti nella rete: Domenico Remini, ritenuto il capo del gruppo vicino al clan Strisciuglio; Mauro Losacco, Antonio Mauro e Antonio Patruno. Agli ultimi tre i provvedimenti sono stati notificati in carcere.

Le indagini hanno preso il via nell’ottobre dello scorso anno. Rilevante un’operazione messa a segno dalla polizia durante la quale emerse un episodio di estorsione ad un cantiere di via Napoli. Un prodromo del blitz odierno durante il quale i magistrati inquirenti furono costretti a sacrificare l’aggravante mafiosità per salvaguardare la vittima ed evitare ulteriori situazioni di pericolosità. Aggravante riconosciuta, invece, oggi all’organizzazione smantellata dagli agenti. I componenti del gruppo erano soliti presentarsi ai commercianti e utilizzare il metodo della cosiddetta “processione”: giravano, infatti, di negozio in negozio, in particolare nei periodi di festività, chiedendo somme di denaro in cambio di protezione.

Inoltre obbligavano le vittime a versare il denaro per il cosiddetto salvadanaio che sarebbe servito a dare sostegno alle famiglie dei detenuti in carcere. Nella maggior parte dei casi le vittime pagavano le tangenti o in alternativa consegnavano generi alimentari. Il gruppo era dunque capeggiato da Remini Domenico, che di fatto aveva avuto il mandato dal clan Strisciuglio per operare nel quartiere Libertà. Prima di compiere qualsiasi azione, tutti i componenti avrebbero dovuto chiedere il permesso al capo. Un sistema ben collaudato che consentiva di tenere sotto osservazione tutti i movimenti delle vittime e i loro singoli spostamenti. Determinante è stato il contributo di alcuni testimoni e collaboratori di giustizia.

Le attività investigative, svolte a partire dall’ottobre del 2016, hanno permesso di squarciare il velo di omertà che aleggiava sui piccoli imprenditori operanti nel quartiere Libertà che, fino a quel momento, non avevano denunciato i plurimi taglieggiamenti di cui erano vittima per timore di atti ritorsivi, finanche nei confronti dei propri familiari.

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