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Bari, indaga l'antimafia

Bomba in bar a Ceglie
un avvertimento al clan

L'ordigno contro un locale di uno degli affiliati al gruppo criminale, arrestato nel corso di un blitz

Bomba in bar a Ceglieun avvertimento al clan

Volevano mandare un segnale. Ma questa volta il pizzo non c’entra nulla. Perché l’ordigno fatto esplodere a Ceglie del Campo nella notte tra martedì e mercoledì non ha danneggiato un bar qualunque. Il «Vespio», infatti, è intestato alla compagna di Giuseppe Martinelli, 29 anni, figlio di Giovanni detto «Spaccvitr», 49 anni, arrestato dai Carabinieri nell’ultimo giorno dello scorso anno nell’ambito del blitz «Attila», appendice dell’operazione «Pilastro» con le quali sono stati inferti duri colpi al clan Di Cosola. Per questo indaga l’Antimafia. Del resto Giovanni Martinelli è ritenuto dagli inquirenti uno dei presunti «eredi» del boss Antonio Di Cosola, dopo il suo pentimento. Proprio la decisione di collaborare con la giustizia da parte di Di Cosola, avrebbe scatenato la lotta interna tra le seconde linee pronte ad armarsi pur di prendere il posto del capo. L’ordigno piazzato davanti alla saracinesca del bar a Ceglie del Campo, chissà, per ora è solo una ipotesi investigativa, potrebbe inserirsi in questo contesto. Nessun ferito in via Sant’Angelo (a quell’ora, erano le 2.30 della notte, non c’era nessuno). Sul posto per i rilievi sono intervenuti gli agenti della sezione Volanti, della Squadra mobile e della Polizia Scientifica.

Ma ad indagare, ci sono anche i Carabinieri del nucleo investigativo del comando provinciale che hanno condotto le indagini coordinate dai pm antimafia Carmelo Rizzo e Federico Perrone Capano, sfociate, appunto, nei blitz «Pilastro» e «Attila». Stando a quelle indagini, soprattutto nel quartiere di Ceglie del Campo, feudo degli «Strascinacuvert», c’era chi stava sgomitando per prendere il posto del boss Di Cosola che, nel frattempo, con il terreno ormai franato sotto i piedi, grazie alle indagini dei Carabinieri, aveva deciso di pentirsi. Un terremoto. Con qualcuno lì pronto ad approfittarne. Anche a colpi di armi.

«Gli interventi repressivi dell’Autorità Giudiziaria - aveva scritto tra l’altro il giudice Gianluca Anglana nell’ordinanza - hanno scalfito solo in minima parte la coesione del sodalizio che ha di volta in volta creato nuovi punti di riferimento, continuando in tutte le attività illecite tipiche (estorsioni, traffico di stupefacenti, delitti in materia di armi). Del resto, è proprio nel vuoto di potere che si è venuto a creare in seguito alla collaborazione con la giustizia di Di Cosola Antonio che, nella prospettazione accusatoria, va individuata la causa degli attentati (...) entrambi attribuiti alla volontà di Guglielmi Luigi (già a capo di una articolazione dei Di Cosola) che ambisce a divenire il capo del sodalizio». Già, perché a Ceglie si è sparato. E chissà che l’ordigno che ha dilaniato la saracinesca del bar della compagna del figlio di Martinelli, non debba essere inserito proprio in questo contesto. Un possibile segnale. L’Antimafia è al lavoro. Una pista privilegiata, ma non la sola. Nei giorni scorsi la Procura ha notificato un avviso di conclusione delle indagini nei confronti proprio di Martinelli, del 48enne Teodoro Frappampina, del 34enne Luigi Guglielmi, del 49enne Giovanni Martinelli, del 30enne Alfredo Sibilla per le accuse, a vario titolo di associazione mafiosa, voto di scambio e coercizione elettorale. In cambio di 70.000 euro (di cui 28.000 sono stati pagati, altri promessi) i presunti affiliati, avvalendosi della forza intimidatrice del clan Di Cosola, avrebbero fermato gli elettori per strada invitandoli, con minacce velate e intimidazioni, a votare per il loro candidato, impedendo così «il libero esercizio del diritto di voto ed alterando il risultato delle votazioni».

Il clan sarebbe sceso in campo nelle elezioni regionali pugliesi del 2015 per sostenere con minacce e intimidazioni un candidato della lista Popolari che faceva parte della coalizione di centrosinistra a sostegno dell’attuale governatore, Michele Emiliano. Il candidato da favorire, stando alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, era Natale Mariella. Un suo collaboratore, Armando Giove, avrebbe stretto l’accordo con il clan Di Cosola. Solo una coincidenza o ci può essere un collegamento tra questa vicenda e l’esplosione dell’altra notte?

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