Presidente Francesco Boccia, domenica farà tappa a Bari la mobilitazione del Pd per il no al referendum, con sul palco Elly Schlein. Il voto del 22 e 23 marzo riguarda la Giustizia ma avrà anche un risvolto politico per il governo?
«Riguarda la giustizia, ma riguarda soprattutto l’equilibrio della nostra democrazia. La Costituzione è stata scritta per impedire che un potere prevalesse sugli altri. I sette articoli che la destra vuole modificare incidono su quell’architettura. Per questo il Pd è mobilitato in tutta Italia, con Elly Schlein in prima linea: domenica saremo a Bari con Domenico De Santis».
I dibattiti tendono al tecnicismo…
«Non è un referendum tecnico: è una scelta di campo. La maggioranza lo ha trasformato in uno scontro politico permanente. Noi lo riportiamo al suo significato vero: difendere i contrappesi e una magistratura autonoma. Dire “no” significa dire sì alla nostra Costituzione».
La separazione delle carriere ha trovato consensi anche in un pezzo dell’opposizione. Cosa è indigeribile nella riforma?
«Il punto non è un dettaglio ordinamentale. Ma la cultura politica che ispira questa riforma. È un governo che mostra insofferenza verso ogni limite: verso il Parlamento, verso la Corte costituzionale, verso la Corte dei Conti, verso tutte le magistrature quando le decisioni non coincidono con la volontà dell’esecutivo anche quando vengono calpestati i diritti costituzionali».
Il suo confronto con il Guardasigilli?
«Ho detto in Senato al ministro Nordio che evocare le Brigate Rosse non è solo storicamente sbagliato ma istituzionalmente grave e irresponsabile. Richiamare una delle stagioni più drammatiche della Repubblica, per alimentare lo scontro, significa contribuire a un clima pericoloso. Una democrazia matura non vive di conflitto permanente tra poteri, ma di misura».
La maggioranza ha stoppato il voto per i fuorisede.
«È un fatto molto serio. Studenti, lavoratori, persone in cura lontano dalla propria residenza vengono esclusi dal voto. La destra denuncia l’astensionismo ma poi impedisce a milioni di cittadini di partecipare. La verità è che temono il risultato e temono la partecipazione».
In questi giorni il governo ha accelerato sul ddl Sicurezza, collegandolo ai disordini di Askatasuna. Ci sono profili di incostituzionalità?
«La risposta della destra non è governare la complessità, ma reprimerla. Nuovi reati, nuove sanzioni, decretazione d’urgenza. È panpenalismo. Alcune misure pongono seri dubbi di compatibilità costituzionale. La sicurezza si costruisce dentro lo Stato di diritto, con risorse vere per le forze dell’ordine, prevenzione, coesione sociale. Non con l’emergenza permanente usata come clava politica. Intanto la sentenza di Bari, che condanna 12 militanti di Casapound per riorganizzazione del disciolto partito fascista, è la conferma, e non ce ne era bisogno, che è necessario e urgente sciogliere il sodalizio e sgombrarlo. Anziché riempirsi la bocca della parola sicurezza Giorgia Meloni agisca se ne ha il coraggio».
Qui si lavora per perfezionare il salario minimo negli appalti della Regione. A livello nazionale?
«Il lavoro povero è il grande rimosso di questa legislatura. Dal 2022 a oggi sono aumentati affitti, bollette, carburante, spesa alimentare. Stipendi e pensioni hanno perso potere d’acquisto. Sotto i 9 euro l’ora non è lavoro, è sfruttamento. La Regione Puglia è stata un esempio negli anni scorsi con Emiliano e il reddito di dignità, e oggi fa molto bene Decaro a intervenire negli appalti regionali sui salari. A livello nazionale, invece, la destra preferisce parlare di repressione piuttosto che affrontare la questione salariale. Ma l’insicurezza sociale non si cancella con un decreto sicurezza».
In Puglia è iniziata la stagione di Antonio Decaro. Quali aspettative per il Pd dopo i quattro mandati con Vendola e Emiliano?
«C’è un’eredità importante: vent’anni in cui la Puglia è diventata la locomotiva del Mezzogiorno, cambiando culturalmente ed economicamente. Oggi la sfida è ancora più ambiziosa. La Puglia, insieme alla Campania, può essere il motore di un Sud locomotiva del Paese, collegandosi all’economia mediterranea che nei prossimi dieci anni si svilupperà più di quella nord europea. Antonio sta facendo un ottimo lavoro e sono sicuro che utilizzerà le eccellenze pugliesi, cresciute in casa in questi anni e le tante in giro per l’Italia e nel mondo, per essere protagonista di battaglie nazionali decisive».
Il neogovernatore ha messo mani all’emergenza liste d’attesa. Senza risorse aggiuntive si può fare poco. La ripartizione del Ssn per le regioni del Sud non convince Decaro e altri colleghi meridionali. Che fare?
«La questione è nazionale e la sua battaglia è la nostra. Per garantire davvero il diritto alla salute bisogna portare la spesa sanitaria almeno al 7% del Pil. Il governo è fermo al 5,9%, il minimo storico. Le Regioni del Sud devono combattere e far sentire la propria voce nella Conferenza Stato-Regioni. Il Pd pugliese e nazionale lo farà ogni giorno. La sanità, così come la sicurezza, quella vera, non è uno slogan. È qualità dei servizi, è giustizia sociale. La nostra battaglia per il no è una battaglia per l’equilibrio tra i poteri dello Stato, a tutela dei diritti di tutti, non per lo scontro in cui vince il più forte».
















