Domenica 25 Gennaio 2026 | 15:55

Giuseppe Boccuzzi (Cisl): «Bari non sarà mai sicura senza lavoro e inclusione»

Giuseppe Boccuzzi (Cisl): «Bari non sarà mai sicura senza lavoro e inclusione»

 
rita schena

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rita schena

Giuseppe Boccuzzi (Cisl): «Bari non sarà mai sicura senza lavoro e inclusione»

L’analisi delle nuove emergenze secondo il segretario Cisl. Il disagio non è più confinato nelle periferie. Anche in centro il benessere convive con il degrado

Domenica 25 Gennaio 2026, 13:50

«Bari non ha un problema di decoro, ma di direzione. Senza scuola, lavoro dignitoso e inclusione, non c’è sicurezza. E senza sicurezza sociale, nessuna città può dirsi davvero viva». E' una analisi a tutto campo quella di Giuseppe Boccuzzi, segretario generale Cisl Bari sulla situazione di una città dove negli ultimi tempi è come se si siano trovati ad esplodere contemporaneamente una serie di questioni mai veramente risolte se non con interventi tampone.

Dal decoro urbano di piazze e strade centrali che viene meno, alle periferie che soffrono di assenza di servizi nonostante i proclami di ricucitura, dal disagio giovanile con l'uso di alcol, droghe e violenza, ai tassi di disoccupazione emergenziale di donne e ragazzi, alla povertà dilagante che schiaccia le famiglie, ad una illegalità che ombreggia sulle sofferenze economiche e sociali e se ne alimenta come un parassita. Lo scenario tra presente e futuro è sotto nere nuvole di burrasca.

Segretario in questi anni tante volte avete lanciato gli allarmi. Nemo profeta in patria?

«Purtroppo sembra proprio di sì. L’immagine che emerge in questi ultimi mesi ma non solo è quella di un’amministrazione immobile e autoreferenziale, senza una visione compiuta su lavoro, politiche sociali e sicurezza urbana. Ignorare le rappresentanze sindacali non è segno di forza, ma di debolezza politica. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: paura diffusa, degrado crescente, una città che brucia in fretta conquiste sociali costruite negli anni».

Nel maggio 2022 con Cgil e Uil avete firmato un protocollo d'intesa per la promozione e valorizzazione della cultura della legalità. La città metropolitana doveva ricevere quasi 200 milioni da investire in progetti Pnrr e relativi appalti e come sindacati vi faceste promotori al fianco delle Istituzioni locali di azioni di responsabilità: l'obiettivo era riuscire con tutte quelle risorse a facilitare l'ingresso nel mondo del lavoro di giovani, donne, persone con disabilità. Una opportunità che a distanza di oltre tre anni alla fine è rimasta lettera morta?

«Il nodo vero resta il lavoro, opportunità che non ci sono e che non si sono volute sostenere. Sul terreno della legalità negli appalti il sindaco di Bari ha chiuso ogni confronto con Cgil, Cisl e Uil, che avevano avanzato proposte per contrastare sfruttamento, dumping contrattuale e lavoro povero. Una scelta miope. Perché lavoro irregolare e precarietà alimentano marginalità e la marginalità alimenta insicurezza. E il risultato? A Bari la condizione dei giovani sta assumendo contorni sempre più preoccupanti, soprattutto nei quartieri storicamente più fragili come la città vecchia, Libertà, San Paolo e Stanic. Qui il disagio occupazionale, l’abbandono scolastico e la marginalità sociale si intrecciano in modo profondo, alimentando un terreno fertile per la devianza minorile e per il radicamento della criminalità organizzata. Nella fascia d’età compresa tra i 18 e i 24 anni, un giovane su cinque abbandona precocemente la scuola in questi quartieri: una percentuale che raggiunge il 20%, nettamente superiore alla media cittadina, che si attesta intorno al 13%. Un dato che racconta una vera e propria “fuga dai banchi”, spesso silenziosa, ma dagli effetti devastanti sul futuro individuale e collettivo.

Parallelamente cresce il numero dei Neet, giovani che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in alcun percorso formativo. Nei quartieri più esposti il fenomeno raggiunge il 25%, ovvero un ragazzo su quattro, contro una media nazionale del 15%. Si tratta di una generazione sospesa, priva di strumenti, di opportunità e soprattutto di prospettive. Senza parlare delle donne vittime spesso due volte: di compagni e famiglie violente e di una società che non sa garantire loro opportunità di indipendenza».

Sacche di povertà culturali che si amplificano, che alimentano degrado che ormai non è più confinato ai margini. Si invoca la forza pubblica, maggiore controllo e repressione, ma è veramente questa la strada?

«A questa realtà l’amministrazione risponde con interventi spot, ordinanze tampone, eventi e luci di Natale, come se il disagio fosse un problema di arredo urbano. Così si produce solo una cosa: insicurezza permanente. Una insicurezza che colpisce tutti. Dobbiamo renderci conto che ormai il disagio non è più confinato nelle periferie. Nel centro della città il benessere convive con il degrado, senza che nessuno governi o abbia l'obiettivo di ricucire la frattura. Migranti, persone con dipendenze, senza dimora e baresi sconfitti dalla precarietà occupano spazi urbani diventati simbolo di una città che espelle invece di includere. No, non basta la forza pubblica, servono processi che abbiano una visione, interventi coordinati tra loro e non tampone, serve collaborare tra sistemi. Contrastare la dispersione scolastica significa ad esempio colpire alla radice il bacino di reclutamento dei clan, restituendo ai giovani la possibilità di costruire un futuro diverso. Investire in istruzione, orientamento, formazione professionale e politiche attive del lavoro non è solo una scelta sociale, ma una strategia fondamentale per rafforzare la coesione della città e ridurre i fenomeni di illegalità diffusa.

A Bari, più che altrove, il destino dei giovani è strettamente legato al destino della città. Ignorare il disagio che cresce nei quartieri più fragili significa accettare che l’ascensore sociale resti fermo e che intere generazioni vengano lasciate indietro. Al contrario, rimettere al centro scuola, lavoro e inclusione è l’unica strada possibile per spezzare il legame tra povertà educativa, devianza e insicurezza».

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