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Bari, la nuova guerra dei gazebo colpa di abusi, tolleranze e scelte sbagliate

Per anni si è chiuso un occhio, ora la Soprintendenza chiede il rispetto delle regole che a voce si volevano cambiare ma che sono rimaste tali. E decine di esercizi rischiano

Bari, la nuova guerra dei gazebo colpa di abusi, tolleranze e scelte sbagliate

A Bari è riesplosa la guerra dei gazebo. Un appuntamento ormai ciclico che è entrato a far parte della vita quotidiana della città. Un appuntamento, tuttavia, che si trascina un po' di ombre sulla gestione «politica» della vicenda.

Partiamo dall'inizio. Nel 2011 il Comune ha varato un nuovo regolamento per porre fine al «fai da te» ed evitare che la proliferazione di attività - utili all'economia di una città, s'intende - potesse in qualche modo fare a pugni con il decoro urbano. Tuttavia, le spinte della Soprintendenza da un lato, le pressioni degli esercenti dall'altro, la necessità di dover varare questo strumento regolatorio magari sia pure scopiazzandolo da qualche parte, ha finito col partorire un mostro.

Insomma, il fine era nobile ma il mezzo si è rivelato poco adatto. Ma non ha fatto i conti con una realtà come Bari che non è diversa da quella di altri centri storici italiani in cui decoro ed economia convivono senza problemi. In effetti, uno dei punti più contesi era stato proprio quello che prevedeva ogni giorno lo smontaggio e il rimontaggio delle strutture (quelle con latezza e caratteristiche autorizzate si intende). «Una follia» per i ristoratori che, dopo una serrata e una levata di scudi, ottennero - secondo quanto affermano adesso - una sorta di chiusura di un occhio in attesa di una rivisitazione di quelle regole.

E il problema sta proprio qui perchè in Italia non c'è nulla di più definitivo di quello che è provvisorio. Cosa è accaduto? Che per anni si è andato avanti così, con una tolleranza che per qualcuno si è trasformata in una sorta di patente per fare ciò che voleva. Il punto è che i locali pubblici «a rischio» sono oltre 120-130 e non è facile conciliare tutte le singole necessità.

E veniamo ai giorni nostri. La Soprintendenza - che nel frattempo ha cambiato guida - ha ricordato al Comune l'esistenza di quel regolamento che, al netto degli impegni verbali a modificarlo, resta così com'è, dunque va rispettato nella form attuale. A sollecitare, o «solleticare» le Belle Arti, l'allargamento - in ogni senza della parola - di alcuni esercenti. C'è chi ha iniziato a «chiudere» le strutture con teli di plastica (alcuni non belli da vedersi), chi ha deciso di invadere il doppio del proprio spazio assegnato e chi, legittimamente per esercitare la sua attività, ha acquistato arredi non proprio in linea con quelli ricompresi nel disciplinare.

Giusto o sbagliato, se esistono delle regole vanno rispettate ma è pur vero che se ci si è resi conto che qualcosa non andava in quel regolamento - e su questo probabilmente sono tutti d'accordo - perchè non sedersi a un tavolo e risolvere la situazione?

Su questo gli esercenti non hanno tutti i torti, anche se probabilmente avrebbero potuto - e dovuto - esercitare pressioni sull'amministrazione comunale per fare quelle modifiche utilizzando gli strumenti (anche amministrativi) che le norme riconoscono per «svegliare» un'amministrazione eventualmente inerte.

E arriviamo ai giorni nostri. Il Soprintendente, Francesco Canestrini, come già detto, ha invitato il Comune a far rispettare il regolamento perchè la chiusura di un occhio qualcuno l'ha trasformata in una benda sentendosi «libero» di modificare l'autorizzazione concessa a sua immagine e somiglianza. Ovviamente non parliamo di tutti, ma in questi casi non puoi fare distinguo e - se agisci - devi colpire tutti.

La vicenda è così finita sul tavolo del sindaco, Antonio Decaro, che ha strappato una deroga al Soprintendente ma - e questo è il punto - solo ed esclusivamente sulla parte di regolamento che prevede a fine serata di togliere tavolini e sedie (salvo che uno non resti aperto h24). Per questo - e per la situazione di alcuni locali che si trovano nella cosiddetta «zona marrone» a ridosso degli edifici monumentali, si è deciso di rinviare tutto a marzo per consentire agli esercenti di presentare progetti.

Dunque, la cosiddetta «deroga» non è tombale perchè - come è stato ormai chiarito dallo stesso Soprintendente - riguarda solo la rimozione notturne degli arredi non tutto il resto del Regolamento. Dura lex, sed lex. Chi ha torto e chi ha ragione? Troppo tardi per fare processi, ma questo è il prezzo da pagare per i continui rinvvi delle scelte che alla fine presentano il conto. A tutti. E ha ragione il presidente della Camera di commercio, Sandro Ambrosi, quando chiede (subito) regole certe per non danneggiare le imprese.

L'unica certezza, ora, è che dai prossimi giorni la Polizia locale, dopo gli avvisi «bonari» dell'ultima settimana, sarà costretta a mettere nero su bianco e fare le multe con conseguente rischio di rimozione forzata delle strutture. 

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