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Tutti noi merce venduta su internet

Mark Zuckerberg, presidente e amministratore delegato di Facebook Inc

Mark Zuckerberg, presidente e amministratore delegato di Facebook Inc

25 Marzo 2018

MICHELE MIRABELLA

di MICHELE MIRABELLA

Aristotele avverte che la democrazia non è il miglior governo, ma solo quello dei molti. Più tardi, Burckhardt esprime lo sprezzo per il numero inteso come principio base della democrazia e compendia il pessimismo aristocratico della seconda metà dell’Ottocento: «II futuro appartiene alle masse o agli uomini capaci di spiegar loro le cose nel modo più semplice». I capi nelle moderne società di massa sono, perciò, di necessità, dei «terribili semplificatori». Rassegnate previsioni che intravedono la minaccia di tramonti dell’Occidente? Ma dobbiamo ricordare che quelle menti scettiche non conoscevano il semplificatore massimo, la tecnologia che gestisce il «Web». Quale più drammatica riflessione avrebbero concepito se avessero potuto prevedere l’avvento del semplificatore dei semplificatori: quel «popolo» che usa la tecnologia del web convinto che sia lo scettro dell’uguaglianza.

Mi richiamano queste citazioni le notizie dello scandalo di Facebook. Quest’azienda ha messo la sua gigantesca rubrica di profili individuali, miliardi di individui, a disposizione, non solo di imprese merceologiche interessate a sfruttare le identità dei cittadini per ragioni di mercato, ma, anche, di soggetti politici avidi di consensi a tutti i costi. Dunque i profili identitari di miriadi di individui corredati di caratteristiche fisiche e psichiche, curricula, inclinazioni personali, atteggiamenti sessuali, propensioni ai consumi, eccetera, sono finiti nei cervelli elettronici non solo di aziende e bottegai del web, ma, anche di comitati politici, elettorali e propagandistici dei protagonisti di questa democrazia.4 che, con le sue prodezze corrotte, sta dando ragione al reazionario Burckhardt e al titubante Aristotele. E ai raziocinanti che hanno diffidato della folla golosa di annientarsi nell’immane gola profonda del web e che ha fatto teoria sociale e pratica quotidiana della trappola consumistica e politica che nascondeva dietro l’ipocrisia dell’album dei ricordi. La folla online scalda il cuore collettivo di una sicurezza da branco immane che obnubila le identità e le spinge a non andare oltre la difesa dello spazio individuale, infischiandosi di ogni aspirazione collettiva, di ogni status culturale di appartenenza. Di ogni patria.

La scoperta dell’azione illecita ha spogliato l’inventore e padrone di Facebook, Zuckerberg, della tracotanza del miliardario e lo ha costretto a miti consigli e ad ammettere il reato chiedendo scusa. Questo furbacchione e soci della bottega miliardaria hanno solo approfittato della dabbenaggine e del fatuo ottimismo delle autorità di una politica ignorante, infingarda e, spesso, collusa. I clienti di Facebook credevano di essere i padroni della bottega e non sapevano d’essere la merce in vendita. Infatti hanno delegato i bottegai a gestire il loro io individuale e collettivo, certi di partecipare alla nuova tribù globalizzata. E, invece si sono venduti l’ombra, hanno diluito i ricordi privati, quel tanto di praticabilità di una poltiglia collettiva, annichiliti nell’immane tribù anonima del pianeta. Il formato di un'ibridazione casuale genera un prodotto metastatico, il ben noto blob del flusso indistinto. Il chewing-gum della mente.

E pensare che sarebbe bastato del buon senso per usare i vantaggi della comunicazione privata e di massa, sarebbe bastata la buona volontà della politica e la saggezza della sua azione legislativa.

Karl Popper, nel pamphlet «Cattiva maestra televisione» afferma: «Una democrazia non può esistere se non si mette sotto controllo la televisione, o più precisamente non può esistere a lungo fino a quando il potere della televisione non sarà stato pienamente scoperto. Dico così perché anche i nemici della democrazia non sono ancora del tutto consapevoli del potere della televisione. Ma quando si saranno resi conto fino in fondo di quello che possono fare la useranno in tutti i modi, anche nelle situazioni più pericolose. Ma allora sarà troppo tardi». Oggi Popper aggiungerebbe alla tv il web.

Nel dicembre scorso quattro o cinque «pentiti tardivi della SiliconValley», tecnocrati del Big Tech ammisero di aver collaborato a un losco sfruttamento, quello della debolezza e dabbenaggine di milioni di individui che erano stati convinti di essere i soggetti del mercato ed erano, invece, la merce in vendita ai mercanti che li sfruttavano come cavie. Dissero i pentiti: «A forza di like e pollici in su, abbiamo creato un sistema di feedback alimentato dalla dopamina che distrugge il funzionamento della società. Niente più discorso civico, niente cooperazione. Disinformazione, invece. E stravolgimento della realtà. Le molte denunce sono impressionanti. Non di esterni con gli occhi rivolti al passato, ma dagli stessi protagonisti di una rivoluzione digitale che ha dato progressi e novità entusiasmanti, ma dotata di un enorme potenziale distruttivo, una materia da gestire con una saggezza che fino ad oggi è mancata».

Oggi ci s’interroga sulle conseguenze di quest'alluvionale partecipazione al grande brusio, al ronzare inconsulto di miliardi di voci il cui petulante rumore ingorga la ragione collettiva che si arrende e tace, sempre più spesso, di fronte al chiasso, alla voluttà del rumore.

È un rischio per la democrazia la dittatura della maggioranza e ricordo che un'idea sbagliata e dannosa non diventa buona o benefica per l'umanità, solo perché una moltitudine la inventa o la sostiene. E nel dibattito si ammucchiano tutti, senza rete.

Il social medium autorizza e garantisce tutto questo, sostituendo con la praticabilità tecnica la legittimità ideologica e culturale. Insomma, «visto che pure io posso scrivere dovunque e non solo sui muri, mettendomi, così, al pari con tutti» esigo di partecipare al dibattito globale, anche solo per fare pernacchie.

La confusione sotto il cielo si fa immane. E la moralità in queste storie esige che la ragione non si arrenda al sonno che, notoriamente, genera mostri.

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