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Dalla giornata delle mimose allo sciopero delle donne

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di ENRICA SIMONETTI

Cari italiani, anzi, cari grillini e leghisti, domani il nostro Paese potrebbe fermarsi. Il motivo non è la neve, ma un altro cataclisma al femminile e cioè lo sciopero delle donne. Però - siamo pur sempre in Italia - il condizionale è d’obbligo, il Paese «potrebbe» fermarsi, visto che non si sa se e quante donne aderiranno alla protesta pacifica che è pronta a invadere le piazze di 70 Paesi del mondo e rilanciata in Italia con una serie di cortei e sit in.

La scintilla di questo movimento fu accesa due anni fa, quando nel giorno della violenza contro le donne (25 novembre) una marea rosa invase Roma e non solo, tra scarpe rosse e slogan, volti di donne sfregiate con l’acido e altre «amenità» che passano sul corpo femminile.

Ma ogni anno sembra aggiungersi un motivo in più al dissenso femminile, nonostante si viva in un mondo che - solo apparentemente - sembra guidato dalle donne. Prima le spose bambine, poi il burqa, poi l’acido del fidanzato molesto, poi la disoccupazione, la precarietà, l’aborto negato, eccetera eccetera. Un lungo elenco dietro cui si celano solitudini ed emergenze, delusioni e insicurezze. O drammi familiari tremendi, come quelli evocati da ogni telegiornale che ci porta in casa immagini di mogli e bimbi uccisi. Questo è l’anno delle molestie. Non che gli altri problemi siano risolti - ci mancherebbe, non si risolve mai nulla! - ma il vento della ribellione soffiato dall’oltreoceano a noi, ha portato a quella voglia di riscossa che tenta da mesi di piegare gli «orchi» e i «ragni» del pianeta. Negli Usa il caso del produttore Weinstein, campione internazionale di molestie e di denunce, ha fatto esplodere il movimento #meetoo, che in italiano significa «anch’io» e che ha dato la stura alle tante attrici, anche nostrane, le quali hanno gridato al mondo «pure io molestata». Un fiume di voci e di volti, ma soprattutto di epoche e di stili, dato che alcune denunce (tardive?) sono arrivate trent’anni dopo il fatto, più lentamente di un Intercity nella neve. Altre ancora, non sono nemmeno giunte nei luoghi deputati e cioè sono state spifferate in giro e non agli inquirenti.

Ma, degenerazioni a parte, il movimento Usa #meetoo ha ridato forza a un genere femminile patinato che potrebbe trainare tutta l’altra faccia del mondo che sopporta in silenzio non inviti a cena e assalti in grandhotel, ma lavoro senza garanzie, sottopagato, fatto di affronti, ripicche, minacce. È a questo universo che si rivolge lo sciopero globale delle donne che si terrà domani e che è stato rilanciato dal movimento «Non Una di Meno» e dall’Udi con il nuovo slogan più socializzante #weetoo (addio italiano, per sempre). Le donne dovrebbero astenersi da ogni attività. Dal lavoro alla spesa, dall’assistenza a tutte le forme di lavoro visibile e invisibile, in modo da poter mostrare come corre il Paese sulle gambe delle donne. Quelle che Weinstein ama toccare.

E a proposito di Weinstein, sapete chi sarà in prima fila a scioperare? Asia Argento, la bella e scalmanata che adesso - pare - scenderà in piazza al fianco delle donne. Anche qui, il condizionale è d’obbligo, perché Asia è la stessa bella e scalmanata che qualche settimana fa ha rifiutato di firmare l’appello delle donne di #DissensoComune, definendolo «la letterina di Babbo Natale delle donne del cinema italiano». Però, chissà, ha cambiato idea. E ha deciso di inforcare l’arma dello sciopero, quella che Ennio Flaiano aveva descritto come Itaglia in cui spesso dilaga «molto rumore per tutto». Per non cambiare nulla.

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