Martedì 19 Marzo 2019 | 15:38

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L'opa grillina e il fantasma
della coalizione dei «populisti»

Luigi Di Maio

Luigi Di Maio

Che la vittoria di Luigi Di Maio, specie al Sud, fosse nell’aria, era opinione assai diffusa. Che la coalizione del centrodestra avrebbe fatto furore al Nord, sotto la spinta di Matteo Salvini, era tra le previsioni più accreditate. Ma che il Partito Democratico di Matteo Renzi non avrebbe, addirittura, superato quota 20 per cento, era un’ipotesi scartata da tutti, a iniziare dagli ambienti più ostili al segretario del Nazareno, e dagli stessi sondaggisti che pronosticavano la doccia gelata sul fiorentino. Invece, a giudicare dagli exit-poll, sembra questo il riassunto, ridotto all’osso, delle Politiche 2018.
Sia chiaro. Mai come nelle elezioni vale la celebre lezione della buonanima dell’allenatore serbo Vujadin Boskov (1931-2014): «Rigore è quando arbitro fischia». La storia delle votazioni italiche è un florilegio di colpi di scena: numeri degli exit-poll clamorosamente sovvertiti dalla conta delle schede, proiezioni iniziali corrette, sensibilmente, nella notte, fino alla chiusura dei seggi.
L’affermazione dei Cinque Stelle, assai forte nel Mezzogiorno, corona la sfida lanciata da Beppe Grillo al Sistema.
Una sfida che, giorno dopo giorno, è passata dal rango di protesta velleitaria allo status di mobilitazione capace di modificare lo scenario politico nazionale, fino al punto da lanciare, con Di Maio, un’opa sull’intero assetto di governo.
Toccherà al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, pilotare la fase di attribuzione delle responsabilità di governo. Conterà di più, ai fini dell’affidamento dell’incarico di premier, la cifra raggiunta da ogni singolo partito, o conterà la percentuale complessiva raggiunta da ogni coalizione? Se seguisse la prima strada, Mattarella dovrebbe convocare Di Maio. Se optasse per la seconda strada, il Quirinale dovrebbe convocare l’uomo indicato dal centrodestra.
Non sarà una scelta facile, per il Quirinale. Il modello elettorale proporzionale è esposto a mille variabili in materia di alleanze. Avversari che diventano alleati, alleati che si ritrovano avversari. Siamo molto lontani, per capirci, dalla situazione tedesca. È vero che soltanto ieri in Germania, dopo le votazioni svoltesi nello scorso settembre, la cancelliera Angela Merkel ha ottenuto il lasciapassare, dalla base socialdemocratica, per l’esecutivo di Grande Coalizione. Ma è altrettanto vero che quest’accordo, scritto nero su bianco, durerà quasi certamente per l’intera legislatura. E poi: in Germania non si è dissolto il bipolarismo tipico delle democrazie europee, bipolarismo fondato sulla cultura democristiana e sulla cultura socialdemocratica. In Italia, le due famiglie tradizionali che hanno guidato negli ultimi 7 decenni i singoli Stati europei, hanno perso voti e mordente, fascino e ambizioni. Di qui il successo delle forze anti-sistema che ambiscono a trasformarsi ora nell’architrave di un nuovo sistema.
Di Maio ha vinto perché, oltre a cavalcare la protesta, ha accettato e sottolineato il ruolo dell’«uno contro tutti». Molti nemici, molto onore, avrebbe commentato il mascellone di Predappio. Di Maio ha vinto, grazie ai voti del Mezzogiorno, perché ha saputo presentarsi come l’uomo della speranza per l’elettorato disgustato dalla cattiva politica ed esaltato dalla possibilità di cambiare, anche per vedere l’effetto che fa, e per mettere alla prova i nuovi aspiranti reggitori dello Stivale.
Renzi ha perso perché aveva già inanellato una serie di sconfitte. E si sa, in politica nulla crea più simpatie del successo e nulla genera più antipatie dell’insuccesso. In questa campagna elettorale, pur avendo, il leader «dem», interrotto la strategia della personalizzazione dell’offerta politica, non ha, però, compiuto il passo successivo: mettere in evidenza la buona prova dei suoi successori al governo, in particolare di Paolo Gentiloni e Marco Minniti. Risultato: non si sapeva quale fosse il fulcro della campagna piddina, il cuore delle sue promesse programmatiche. Né potevano bastare i dati economici positivi sciorinati dai ministri. Sia perché una cosa sono i numeri, una cosa è la percezione dei numeri. Sia perché si vince solo grazie all’orizzonte, alla chance di cambiamento che si riesce a indicare all’opinione pubblica. E qui, il comunicatore Renzi ha comunicato male, ha toppato.
Il centrodestra, per la prima volta, si trova alle prese con rapporti di forza rovesciati. Finora la quota maggioritaria della coalizione era rappresentata da Forza Italia che, in Europa, fa parte del Partito Popolare. Adesso, la quota maggioritaria è passata a Salvini e alla Meloni, che su migranti, euro, Unione, sicurezza, hanno molti punti in comune. Di sicuro non parlano la stessa lingua forzista.
Assisteremo nelle prossime settimane o nei prossimi mesi a una convergenza tra partiti e movimenti che accettano volentieri l’etichetta di populisti? Chissà. Tutto può accadere.
Infine, una chiosa sulle sigle minori. La legge elettorale proporzionale incita i gruppi alla frammentazione così come Donald Trump eccita gli animi a favore dei dazi doganali. Ma in questa circostanza lo spappolamento sembra contenuto. Le scissioni non hanno pagato: vuoi perché sprovviste di leadership trascinanti; vuoi perché gli italiani non gradiscono gli strappi a oltranza; vuoi perché quando la sfida reale ruota sull’antinomia populismo/antipopulismo, a rimetterci sono i più deboli.
In ogni caso, il bello, cioè il difficile, comincia adesso. L’Italia è senza maggioranza.

Giuseppe De Tomaso

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