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Se l'ex cavaliere torna a cavallo
e rimorchia i suoi (ex) nemici

EX PREMIER - Silvio Berlusconi

EX PREMIER - Silvio Berlusconi

di GIUSEPPE DE TOMASO

Se, solo un paio di mesi fa, un analista politico avesse scritto che, a breve, Angela Merkel avrebbe rischiato di uscire di scena e che Silvio Berlusconi avrebbe avuto buone chance di risalire sul palcoscenico, sarebbe stato invitato a cambiare mestiere nell’ilarità (o nel compatimento) generale. Invece si sta verificando l’imponderabile, l’inverosimile, proprio ciò che pareva «oggettivamente» impossibile. Indipendentemente dal verdetto della Corte Europea di Strasburgo sulla sua ineleggibilità, il Fondatore di Forza Italia non soltanto è ritornato in pista, ma sta attraversando forse il periodo più lieto e soddisfacente della propria esistenza. Viceversa, la Cancelliera tedesca, indipendentemente dagli sviluppi della trattativa per la formazione del governo a Berlino, sembra, inopinatamente, sul punto di gettare la spugna.

Equando all’estero un leader politico perde il timone della nave, non c’è verso di recuperarlo. Addio carriera politica. In futuro, quando gli va bene, solo consulenze e conferenze ben pagate. Ma il resto, il potere, può scordarselo.

Il vento soffia a favore dell’ex Cavaliere. I giudici gli hanno dato ragione sull’assegno divorzile che pagava all’ex consorte Veronica Lario. La stessa Merkel lo aveva riammesso nel club dei big moderati europei. I dirigenti del Ppe lo considerano l’unico argine credibile contro il populismo grillino. Lo squalo bretone Vincent Bollorè ha dovuto rinunciare all’obiettivo di ingoiare Mediaset, mettendosi a cuccia davanti al Caimano. Insomma, nel giro di poche settimane si è verificato un ribaltone che neppure un oracolo greco avrebbe osato vaticinare.

Ma non è finita. Due tra gli intellettuali italiani più intransigenti nei confronti di Berlusconi, ossia Eugenio Scalfari e Massimiliano Fuksas, nei giorni scorsi hanno dichiarato l’inimmaginabile, e cioè che voterebbero per l’ex Cavaliere in caso di spareggio tra lui e Luigi Di Maio.

Scalfari non è mai stato tenero verso il candidato premier grillino, ma era stato ancora più duro in passato verso il costruttore del centrodestra italico. Sentirgli dire in tv che voterebbe per il suo antico nemico, piuttosto che per il giovanotto pentastellato, sta a significare che Berlusconi non è più il diavolo e che a sinistra il suo nome non è più blasfemo o impronunciabile.

Idem per Fuksas, notoriamente di sinistra-sinistra. Leggere l’intervista dell’archistar in cui si riabilita Berlusconi e si boccia il dopo-Berlusconi costituisce il più imprevedibile fra i colpi di scena, tipo Donald Trump che corteggia Rosi Bindi o Carlo Tavecchio che dà lezioni di sintassi alla Normale di Pisa. Invece è accaduto anche questo: la riscoperta, o la scoperta, di Berlusconi da parte di un mondo che ha sempre guardato con degnazione e sufficienza (eufemismi) verso il «palazzinaro» assurto a re dell’editoria televisiva.

Diciamolo. Se Matteo Renzi non avesse sbagliato più di una manovra, col risultato di guidare in retromarcia la carrozza Pd, quasi certamente la resurrezione di Berlusconi sarebbe stata congelata o rimandata nel tempo. Ma le mosse infelici del Rottamatore hanno ridato slancio al centrodestra e al suo capo, tanto che pur di contrastare il grillismo montante (tutt’altro che spacciato dopo le mediocri prove delle sindachesse di Roma e Torino), una parte dell’elettorato di centrosinistra non esclude di votare per colui che, per decenni, il fronte anti-berlusconiano ha raffigurato come il più Impresentabile d’Italia.

Ma c’è di più. Certo, Berlusconi è una calamita di voti, ma non ha bisogno di essere eletto parlamentare per contare davvero. Uno, perché rimane il leader indiscusso del centrodestra. Due, perché tocca a lui scegliere i candidati alle elezioni e, in politica, il potere vero appartiene a chi compone le liste. Tre, perché la concorrenza di Matteo Salvini è teorica, visto che il numero uno leghista dirige una formazione pluriregionale, non ancora nazionale. Quattro, perché toccherebbe a lui, a Berlusconi, indicare il nome del candidato premier, qualora il centrodestra si affermasse in cabina elettorale. Cinque, perché ogni coalizione, o soluzione, antipopulistica non potrebbe fare a meno dei voti di Forza Italia. Sei, perché in Europa e negli Usa si è indebolito lo schieramento ostile all’Cavaliere. La Germania ha cambiato opinione su di lui, la Francia pure. Anche la Bce di Francoforte non storce più il naso e lo stesso Berlusconi è prodigo di apprezzamenti nei confronti di Mario Draghi (una volta guardato con sospetto). Negli Usa non c’è più Barack Obama, presidente che non amava Berlusconi. Invece Trump venderebbe il suo grattacielo se avesse la certezza di durare al vertice quanto l’omologo magnate italiano. E che dire di Vladimir Putin, sempre più forte e sempre più amico di Zio Silvio? Lo Zar di Mosca è il più berlusconiano tra i Grandi della Terra.

Ecco perché il verdetto finale dell’Europa, qualunque esso sia tra qualche mese, non va caricato di chissà quali aspettative. Anche in politica il controllo (di una carica) è più importante del possesso. E Berlusconi controlla molto di più di quanto possiede.

Giuseppe De Tomaso
detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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