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È come se da sabato fosse suonata una gigantesca campanella anche in Puglia e Basilicata, riunendo le due regioni al resto d’Italia già in giallo. Tra rischi, più o meno ragionati, e scommesse, più o meno azzardate. La linea del governo e le scelte appena fatte dal premier Mario Draghi continuano a far discutere anche perché il tanto invocato «senso di responsabilità» degli italiani al momento è il grande assente.

Gli esperti che lo dicono apertamente sono tacciati di essere portatori di «iella», ma il pericolo che un maggio vissuto pericolosamente, possa poi regalare un’estate di restrizioni, c’è. Perché c’è il virus, perché i vaccinati sono pochi, perché possono ancora contribuire alla diffusione della malattia.

Oltretutto in un Paese, l’Italia, in cui anche il tipo di vaccino, al di là dei reali pericoli, diventa uno status symbol da esibire: Pfizer per ricchi, potenti o furbi. AstraZeneca agli sfigati. E, diciamocelo, il fenomeno è più forte al Sud che nel realmente più benestante Nord. Lo dicono i dati: delle 26 milioni 916.650 dosi di vaccino anti-Covid consegnate all’Italia ne sono state somministrate 23.349.402 (pari all’87%).

Ne restano dunque nei frigo 3.567.248. Di queste, circa 3 milioni sono equamente divise tra AstraZeneca e Pfizer, che ha però la più alta quota di somministrazione: il 92% delle 17.796.870 dosi consegnate, mentre Astrazeneca è al 76% delle 6.565.080 consegnate. Moderna è all’82% (su 2.217.900).

La quota più bassa la fa registrare il monodose J&J, con il 46% di somministrazioni (su 336.800). Le maggiori quantità di AstraZeneca non utilizzate si hanno in Sicilia (52%) e Basilicata (57%), tanto che si cerca di ridurre il quantitativo di dosi organizzando «open day» e «open night», mentre le Regioni del Nord premono per una redistribuzione.

Nel settentrione, infatti, le immunizzazioni col vaccino anglo-svedese procedono anche grazie a un’opera di educazione collettiva al farmaco da parte degli operatori sanitari che ha smontato qualunque resistenza. Una sorta di federalismo vaccinale che però il governo contrasta, consapevole che le proiezioni sulle forniture delle case farmaceutiche da qui ai prossimi mesi potrebbero permettere di respirare. Nonostante la rescissione del contratto Ue con l‘industria anglo-svedese.
Perché se non si salverà il vaccino, non ci salverà nessuno e il calo estivo dei contagi sarà esattamente la copia di quello dello scorso anno, con la nuova ondata in arrivo tra 4-5 mesi.

Tant’è. Al momento c’è chi vorrebbe di più, in tema di riaperture, con la Lega che porta la bandiera dell’abolizione del coprifuoco ma che in realtà è solo l’avanguardia del movimento aperturista. Un movimento trasversale che unisce tutti i presidenti di Regione alle prese con il consenso del territorio.
Insomma siamo nel bel mezzo dell’arcinoto dilemma tra l’esigenza di gestire l’emergenza sanitaria e quella di rilanciare l’economia.

Non solo. Si contrappongono oggi anche due idee diverse della responsabilità politica e delle conseguenze per il sistema. Con gli interessi delle categorie che inevitabilmente incidono sulla composizione degli schieramenti.
Nessuno in realtà può dirsi favorevole alle restrizioni e, meno che meno, alla restrizione per eccellenza: il coprifuoco. Ma quale può essere il costo da pagare per la libertà? Quello più immediato è il rialzo dei contagi. Quello successivo, altri mesi di inattività. Perché il rischio ragionato di Draghi è strettamente connesso alla scommessa sulla crescita.

Se la strategia fallisce, non solo si torna indietro sul piano delle libertà, e della tutela della salute pubblica, ma si allunga la crisi economica, la si trasforma in disastro.

La chiave per fare la differenza, sono i giusti comportamenti. Ma a un anno e passa di pandemia gli appelli funzionano poco e i richiami paternalistici irritano. Ed è questo il punto in cui lo Stato deve riappropriarsi delle proprie funzioni e responsabilità: rischio ragionato unito a una ragionata severità sulle regole, che vanno fatte rispettare. Non ci possiamo permettere più di sbagliare.

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