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Prima o poi il trumpismo potrebbe ri-presentarsi con manifestazioni più o meno identiche in altre realtà del mondo libero

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Se è vero che l’America anticipa, in tutto e per tutto, i fenomeni europei e italiani (in particolare), di almeno cinque o dieci anni, c’è davvero di che preoccuparsi. Il fenomeno Trump non è spuntato per caso, sotto un cespuglio di rametti mai potati. Il fenomeno Trump costituisce la miscela più esplosiva, fin qui confezionata, tra eversione populistica e rivoluzione digitale. Non si era mai visto nulla di simile in democrazia. Specie negli States.

Nemmeno la più sfrenata fantasia hollywoodiana, che pure si è esercitata parecchio sulle storie del potere dentro e fuori la Casa Bianca, avrebbe mai osato immaginare un finale presidenziale così drammatico, dai tratti shakeasperiani, e, per certi versi, così inverosimile: un gruppo di violentatori che prende in ostaggio il sistema liberaldemocratico più collaudato del globo nel nome di un prepotente che non vuole incinarsi al verdetto popolare.

Ora. Se il peccato originale del malessere democratico è figlio dell’amplesso permanente tra populismo e social-crazia internettiana, c’è poco da stare allegri. Prima o poi il trumpismo potrebbe ri-presentarsi con manifestazioni più o meno identiche in altre realtà del mondo libero, visto che il tratto distintivo del moderno populismo consiste proprio nel ripudio dei princìpi cardinali della cultura occidentale, oltre che nell’utilizzo spasmodico della Rete. Non a caso, i responsabili dei social network hanno adottato provvedimenti eccezionali (lo stop alle provocazioni del presidente Usa uscente) in apparenza limitativi del pensiero individuale, ma nei fatti più che giustificati dall’obiettivo superiore di difendere la democrazia dall’assalto di un suo nemico. Anche i padroni dei social network si stanno, cioè, rendendo conto delle potenzialità, distruttive e illiberali, rappresentate dal rapporto perverso che le loro creature mediatiche hanno avviato da tempo col populismo. Ecco perché, auspica il giurista Mauro Barberis, con i social bisogna comportarsi come fece Ulisse con le sirene: per non cedere al canto ammaliante delle sirene, l’eroe omerico volle legarsi all’albero maestro della razionalità.

Ma quali sono o sarebbero oggi gli alberi maestri della razionalità in grado di proteggere la democrazia da tutti gli aspiranti stupratori? Sono le istituzioni di garanzia, sono gli organismi contromaggioritari (magistratura, autorità indipendenti, informazione), sono le sigle che custodiscono gli interessi generali contro la tentazione di ogni maggioranza di governo di abusare dei propri poteri. Del resto, proprio Alexis de Tocqueville (1805-1959), nella Democrazia in America, un classico universale della politologia, tuttora impermeabile a tutte le precipitazioni periodiche, ha messo in guardia dal rischio congenito in ogni sistema elettivo: il pericolo della dittatura della maggioranza. Pericolo che si può schivare solo rafforzando le istituzioni indipendenti, il cui compito primario è salvaguardare il primato della legge dalle incursioni del governo degli uomini

L’Unione Europea, per fortuna, si è dotata dell’autorità contromaggioritaria più decisiva e incisiva oggi in circolazione: la Banca centrale europea (Bce). Vogliamo dirla tutta? La Bce costituisce il più solido e collaudato bastione contro il populismo, politico e digitale. Cosa sarebbe accaduto nei principali Paesi dell’Unione, se Mario Draghi non avesse chiarito sùbito che avrebbe difeso l’euro a oltranza, e che il pompaggio monetario (quantitative easing) della Bce avrebbe impedito fino all’ultimo gli eventuali piani d’attacco da parte della speculazione internazionale? Quasi certamente si sarebbe verificato l’irreparabile, sotto tutti i punti di visti.

Quasi certamente le nazioni europee avrebbero rischiato di rivivere le drammatiche stagioni successive alla guerra 1914-18, quando la crisi sociale produsse la devastazione delle libertà democratiche in seguito all’avvento di regimi totalitari e reazionari, votati al bellicismo assoluto.

Se questa eventualità è stata sventata, il merito va attribuito alla Bce di Draghi, altro che alla classe politica. La Bce di Draghi si è fatta carico della decisione più solidale e generosa che si potesse prendere: acquistare i titoli del debito pubblico delle nazioni più traballanti e scongiurare sul nascere tracolli finanziari e degenerazioni politiche, con tanti saluti a molti ordinamenti democratici.

Fa specie sentire e leggere opinioni di questo tipo: chi ha eletto i capi della Bce? Chi ha deciso che l’Europa dev’essere guidata da una tecnocrazia non suffragata dal voto popolare? Chi fa in modo che le politiche di rigore, care alla Bce, prevalgano sulle scelte dei governi e dei parlamenti nazionali?

Uno: i capi della Bce non si sono imposti sulla scena grazie a un golpe o a una congiura di palazzo. I capi della Bce sono stati scelti da istituzioni europee legittimate in partenza dal voto dei cittadini.

Due. Sono stati i governi a stabilire i poteri della Bce. Hanno voluto che fossero poteri incisivi proprio per evitare che la monetizzazione del debito e la politicizzazione delle scelte economiche alimentassero l’inflazione, la tassa più ingiusta (specie per i più deboli), e di conseguenza creassero le condizioni per tragiche svolte autoritarie (come avvenuto in passato).

Tre. Le politiche di rigore sono garanzia di stabilità sociale e anche di crescita, dato che senza conti economici in ordine, anche San Pio (1887-1968) verrebbe meno alla richiesta di miracoli. Ma la Bce non vive su Marte. Proprio grazie al prestigio ingrandito dal suo essere autorità indipendente, ha potuto varare un piano di aiuti (Quantitative easing), che, invece, nessun governo eletto sarebbe stato in grado di apprrovaee.

Dunque. Come direbbe Leo Longanesi (1905-1957), è sempre vero anche il contrario. È merito di un’istituzione contromaggioritaria come la Bce la sostanziale tenuta democratica degli stati europei più barcollanti. È merito di un’istituzione contromaggioritaria come la Bce la vaccinazione strutturale contro il virus del populismo propalato dall’infodemia sui social.

Conclusione. I social non devono sovrapporsi alle istituzioni ordinarie, come, invece, ha cercato di fare Trump. L’opinione pubblica non deve farsi sedurre da discorsi sul ruolo anti-democratico delle istituzioni contromaggioritarie, tipo Bce, perché, direbbe la buonanima di Gianni Brera (1919-1992), sarebbero chiacchiere palabratiche.

Ripetiamo. Sono gli organismi indipendenti e contromaggioritari la polizza assicurativa di ogni democrazia contro il populismo sudamericaneggiante partorito dai social. Meno male. Altro che inveire senza riflettere.

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