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L'ANALISI

Dove ancorarsi di fronte alla tempesta coronavirus

Dove ancorarsi di fronte alla tempesta coronavirus

Allora prepariamoci ad altri lunghi mesi col virus infernale, ben consapevoli che questa volta saremo noi i protagonisti e che dallo Stato non possiamo aspettarci molto

26 Settembre 2020

Michele Partipilo

S’era detto che in autunno il virus avrebbe rialzato la testa. La stagione degli alberi spogli e dei raffreddori è appena cominciata e già siamo in piena ansia da Covid. In Italia la situazione è sotto controllo, ma intorno a noi infuria la tempesta.

Spagna, Francia, Gran Bretagna e anche Germania sono alle prese con la famigerata «seconda ondata». Per noi è una piccola grande rivincita: da sempre visti come popolo indisciplinato e poco attento a sé stesso, adesso veniamo dileggiati dagli inglesi, coloro che hanno fatto della compostezza e dell’ordine il loro stile. Dal dress code (l’abbigliamento appropriato in una determinata situazione) alle code, dai prati fino all’umorismo, lo stile british è fatto di misura e rispetto delle regole. Ora pare che non sia più una virtù ma un vizio di cui vergognarsi.

Il Covid dunque non dà tregua. Al rispetto delle regole di igiene si contrappone la stanchezza di sette mesi di guerra vissuta da tutti, a cominciare da medici e infermieri in prima linea. Come in ogni lungo conflitto, adesso siamo un po’ più preparati, meglio «armati» per la difesa. Ma siamo anche consapevoli che un nuovo isolamento totale non se lo può permettere nessuno.

Le conferme arrivano proprio da Francia, Spagna e Gran Bretagna dove, nonostante la situazione, il lockdown è limitato a poche «zone rosse» e si va avanti con interventi tampone, come la chiusura anticipata di negozi, pub e ristoranti.
Sul piatto della bilancia vi sono da una parte i contagi e i morti, dall’altra un’economia alle pezze. Oggi più che a marzo scorso si ripropone il dilemma che senza giri di parole potrebbe essere riassunto così: morire di Covid o morire di fame. E vale per ogni settore della vita sociale.

Prendete lo sport. L’idea di aprire gli stadi non più a mille persone ma a un quarto della capienza – a Bari 15mila potenziali spettatori – è sostenuta con forza dalle società, perché il pallone come gli altri sport «ricchi» si sta sgonfiando. E se c’è una sorta di pudore a dire che i conti delle squadre sono più importanti della sicurezza, nessuno ha messo in dubbio che a scuola bisognava tornarci perché non si può avere una generazione di ignoranti che poi significherà domani una generazione di mediocri nelle professioni e nel sistema produttivo. Sacrosanto allora il diritto allo studio, quello vero non il surrogato delle lezioni a distanza. Solo che per garantire la sicurezza, contenuti e qualità dell’insegnamento sono passati in secondo piano. Ciò che oggi conta è come arrivare in aula, come uscire, come stare in classe, come fare le interrogazioni o gli esami. Ma ci sono cattedre vuote, docenti reperiti in fretta e furia, supplenze a gogo.

Se al Covid si può riconoscere un merito è d’aver fermato – o almeno sospeso – il festival delle riforme scolastiche. La proverbiale creatività italica ora è dirottata su orari d’ingresso, laboratori trasformati in aule, presenze in bagno.

Prosegue invece senza remore il teatrino della politica. Dopo referendum e regionali è calata un po’ la tensione. Ma la ricerca di un nemico – la cifra della nostra politica – ha solo cambiato direzione. Non più battaglie maggioranza-opposizione e viceversa, ma guerre intestine. E così tra i 5Stelle stanno esplodendo tutte le contraddizioni accumulate in questi anni e tenute coperte dai travolgenti successi elettorali, ormai un ricordo del passato.

Nella Lega si comincia a discutere della indiscutibile leadership di Matteo Salvini. La cantilena sui migranti non paga più e la tenaglia rappresentata da Zaia e Giorgetti è pronta a stringere. Ma anche nel Pd non tira buona aria. Zingaretti non sembra in grado di traghettare il partito dall’era dello sfaldamento a quella dell’unità post Covid. All’orizzonte però non si intravedono altri capitani coraggiosi. Per cui è probabile che si andrà avanti navigando ancora a vista, almeno fino all’elezione del nuovo Capo dello Stato.

Alla fine questa generale propensione al piccolo cabotaggio potrebbe rivelarsi la più adeguata al momento. Del resto, anche oltre confine non si intravedono statisti di rango. Uscita di scena la Merkel, la Germania si troverà in una situazione di mediocrità alla pari di Francia, Gran Bretagna e Spagna. E da oltre oceano – comunque vadano le elezioni americane – si prospettano più timori che speranze.

Allora prepariamoci ad altri lunghi mesi col virus infernale, ben consapevoli che questa volta saremo noi i protagonisti e che dallo Stato non possiamo aspettarci molto. L’isolamento non scatterà più, sarà sostituito da tante piccole grandi privazioni individuali. E sono queste che peseranno sulle nostre esistenze e sul senso di vivere in questo tempo. Il buonismo di marca Usa dell’«andrà tutto bene» si è rivelato un bluff e men che meno può servire ora. La pandemia ci spinge verso la ricerca di nuovi solidi punti di ancoraggio.

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