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Finalmente la prova del fuoco: ammazzare il gattopardo

L’obbligo dell’alternanza uomo/donna in caso di doppia preferenza non risolve a monte il problema: quante donne sarebbero davvero eleggibili dalle liste dei partiti che si presenteranno alle urne di settembre?

Finalmente  la prova del fuoco: ammazzare il gattopardo

Per una mezza giornata, anzi di più, sono corsi parecchi brividi lungo la schiena delle donne che attendevano – sul piazzale di via Gentile – il via libera alla legge. Cinque ore di ritardo nell’avvio dei lavori, altre leggi da approvare e poi, giunto il fatidico, atteso momento, ecco piombare in aula gli oltre duemila emendamenti di Fratelli d’Italia. Insomma, una giornata sull’altalena quella che il consiglio regionale ha dedicato, nella sua ultima seduta prima della pausa estiva, alla introduzione della parità di genere nella legge elettorale. Ci sono volute, come noto, lettere minacciose del presidente del Consiglio al governatore (al quale non restava far altro che ricordare di detenere poteri esecutivi, non legislativi) e strepiti da parte di tutti gli organismi preposti, compreso il mondo delle associazioni, perché questa benedetta giornata arrivasse e il mondo della politica pugliese, una volta per tutte, si togliesse di dosso il bollino di essere il più maschilista d’Italia.

Ci si arriva, come da tradizione, a fine legislatura, nell’ultima seduta utile – fatta salva l’ordinaria amministrazione – prima del voto del 20-21 settembre. E ci si arriva, come detto, col fiatone: una rincorsa durata cinque anni, dieci addirittura se si considera l’ecatombe della riforma durante la legislatura Vendola. Dieci anni nei quali, nel mondo della politica come in quello delle istituzioni, delle imprese, della società civile, dell’associazionismo e chi più ne ha più ne metta, è successo davvero di tutto. L’unico fattore immutato nel tempo, appunto, il fatto che nella principale assise della regione, il Consiglio, abbiano continuato a sedersi in prevalenza “maschietti”, lasciando le “femminucce” fuori dall’uscio, salvo qualche rara eccezione.
Ora, intendiamoci. A tutti piacerebbe vivere in un mondo, a maggior ragione nel 2020, dove ci fosse la libertà di votare a prescindere dal genere sessuale e di conservare tale libertà anche nel caso di doppia preferenza. Perché non si dovrebbe poter mettere la crocetta su due uomini o su due donne in base ai valori di cui sono portatori o, più semplicemente, perché li si ritiene degni di rappresentare la Puglia? Perché, insomma, se ci si candida in un’istituzione politica l’elettore deve essere chiamato a scegliere in base a come madre natura ci ha fatto e non a quello che si è in grado di realizzare una volta eletti? La risposta, ahinoi, sta proprio in quello che la politica, indistintamente, ci ha insegnato sin dall’avvento della Repubblica. Senza forzature le riforme non si fanno mai. Vige come una specie di maledizione (ed è forse un tratto tipico del Belpaese) il vecchio adagio di Tomasi di Lampedusa: cambiare tutto per non cambiare nulla.

Ci sarebbe mai stata una riforma delle pensioni lacrime e sangue se una prof tignosa e caparbia, diventata ministro (la Fornero) non avesse premuto sull’acceleratore abbandonandosi alle lacrime in tv per evitare i forconi sotto casa? E il job’s act – a proposito di riforme che a tanti non piacciono – avrebbe mai visto la luce se sulla poltrona della presidenza del Consiglio non si fosse seduto un ragazzaccio toscano, decisionista e prepotente, come Renzi? Le liberalizzazioni (quasi, ma non tutte, mancate) avrebbero mai visto la luce se uno come Bersani non si fosse messo come un trattore a lavorare sulle sue “lenzuolate”? E allora, senza andare troppo indietro con gli esempi – tanti se ne potrebbero fare – servono o no le forzature se si vuole, una volte per tutte, consentire pari accesso a donne e uomini nelle sedi elettive?

Certo, l’obbligo dell’alternanza uomo/donna in caso di doppia preferenza non risolve a monte il problema: quante donne sarebbero davvero eleggibili dalle liste dei partiti che si presenteranno alle urne di settembre? Sinora, come noto, l’alternanza 60/40 per cento non è stata mai rispettata, a destra e sinistra, nella composizione delle liste. E ciascun partito se l’è cavata con una semplice ammenda una volta che si è insediato il gruppo consiliare degli eletti. Ora, col nuovo paletto che verrebbe imposto in caso di doppio voto, sarebbe interesse di tutti i partiti presentarsi con liste che rispettino più o meno l’alternanza (fosse pure per semplice calcolo matematico), ma le donne – che finalmente potrebbero ambire a varcare l’uscio interdetto del Consiglio e cominciare a far politica sul serio – sarebbero votate quanto i maschi, che le campagne elettorali le masticano da anni? Lo sforzo, almeno quello, è stato tentato. Vedremo cosa accadrà il 22 settembre.

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