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È un vero e proprio tsunami digitale quello scatenatosi negli Stati Uniti a seguito della decisione di Twitter di segnalare come inattendibili due “cinguettii” di Donald Trump

facebook

È un vero e proprio tsunami digitale quello scatenatosi negli Stati Uniti a seguito della decisione di Twitter di segnalare come inattendibili due “cinguettii” di Donald Trump che bollano come frode elettorale e fonte di corruzione l’ipotesi formulata da alcuni leader democratici di introdurre il voto per posta in conseguenza del coronavirus.

Le dichiarazioni del Presidente sono prive di fondamento, ha affermato il social network sulla base di quanto emerge da numerosi media tra cui la Cnn e il Washington Post, e contengono informazioni potenzialmente fuorvianti in grado di alterare il diritto al voto.

È un passaggio importante, quello di Twitter, perché fino ad ora si era trincerato dietro l’impossibilità di rimuovere messaggi non veritieri di uomini politici in ragione del diritto dell’opinione pubblica di conoscere (e di valutare) tutte le loro dichiarazioni. È tuttora la linea dell’altro colosso social, che per bocca di Mark Zuckerberg ha contraddetto il suo rivale sottolineando come Facebook non debba essere l’arbitro della verità, non possa sconfessare quel che la gente scrive online, essendo una società privata.

La posizione di Zuckerberg, tuttavia, appare assai meno lineare e tranquillizzante se guardiamo a quanto riportato dal Wall Street Journal nei giorni scorsi: «I nostri algoritmi sfruttano l’attrazione del cervello per la divisione», afferma un team di ricerca di Facebook in un report (finora riservato), e facendoli operare senza filtri forniscono agli utenti contenuti sempre più divisivi per «catturarne l’attenzione e aumentare il tempo passato sulla piattaforma». Quindi i social sono potenzialmente una fabbrica di odio. E di odiatori. Il tutto per ragioni commerciali.

Questione di business, insomma. Ma con dei risvolti inquietanti.

In questi giorni molti leader politici italiani sono stati fatti oggetto di pesanti minacce diffuse sul web, tanto da rendersi necessaria l’assegnazione della scorta. Certo, questi comportamenti ci sono sempre stati, ma è indubbio che il web, per l’estrema facilità di accesso, costituisce un formidabile moltiplicatore.

I social network – lo abbiamo visto in questi giorni di quarantena – hanno trasformato profondamente le modalità delle relazioni personali. Sono uno strumento potentissimo che accresce in maniera esponenziale la nostra capacità di essere in collegamento con gli altri, superando vincoli spaziali come mai prima era accaduto. Di per sé sono degli strumenti neutri, la loro tecnologia non ha segni più o meno, ma il loro potenziale applicativo comporta un grado di pericolosità elevatissimo (anche al di là di illeciti tradizionali come l’ingiuria o la diffamazione). Herbert Marshall McLuhan affermava che noi «diamo forma ai nostri strumenti e poi i nostri strumenti danno forma a noi». Quindi andrebbero maneggiati con cura. E occorre anche usare l’algoritmo giusto.

Anche l’aspro scontro tra Trump e Twitter si colloca in questo contesto. Il Presidente, ovviamente, è impegnato nel tentativo di piegare a proprio favore il fattore social nella corsa alla Casa Bianca. Da qui la sua prevedibile e scomposta reazione nella quale è giunto a minacciare la chiusura dei social network, tacciati di sopprimere la libertà d’espressione e di interferire nelle prossime elezioni presidenziali sulla base di fake news. Al di là dell’ira funesta del Tycoon newyorkese – peraltro assai paradossale se si considera che è proprio sui social, e in particolare su Twitter, che Trump ha costruito il proprio consenso e la vittoria alle elezioni presidenziali del 2016 –, si tratta dell’ennesimo esempio di come l’uso (distorto) dei social possa generare sentimenti di odio, di rabbia e di vendetta.

È in arrivo infatti un ordine esecutivo del Presidente per circoscrivere l’immunità legale dei social network e affidare ad un ufficio della Casa Bianca il compito di raccogliere le segnalazioni di possibili censure dei contenuti pubblicati sui social. In pratica, Trump intende censurare i censori. Il tema non è nuovo ed è delicato: riguarda il rapporto tra la libertà d’espressione di ciascuno e il danno che l’esercizio di tale libertà può provocare nella sfera individuale altrui.

Non è il bavaglio minacciato da Trump a poter risolvere tali problemi, e tuttavia occorrerebbe pensare a strumenti efficaci in grado di limitare al massimo la diffusione di messaggi potenzialmente nocivi (i messaggi d’odio, i cd. Hate Speech, sono solo la punta dell’iceberg).

Questione non facile, per gli enormi interessi economici che i social muovono e per la portata globale che il tema riveste. Ma da non sottovalutare se non si vuole scivolare silenziosamente in un mondo sempre più conflittuale, a dispetto di quella pacificazione che alcuni – forse un po’ troppo ingenuamente – avevano immaginato sarebbe arrivata all’indomani della stagione dell’emergenza da Covid-19.


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